Il 4 Agosto la conferenza di presentazione di TerreInAzione

Domani, Venerdì 4 Agosto, sarà il giorno di apertura della seconda edizione di Terre In Azione, festival della Cultura Popolare del Centro Sud-Italia.

Il festival, che si svolgerà fino a domenica 6 nella città di Anagni (FR), prevede un intenso programma che spazierà dalla musica, con ospiti importanti tra i quali Antoniò Castrignano, alla danza, dal teatro alle mostre espositive.

Come apertura di questa “tre giorni”, domani venerdì 4 Agosto, dalle ore 17 alle ore 18 prevista una conferenza stampa di presentazione del programma di TerreInAzione presso la Sala delle Lapidi del Palazzo di Bonifacio VIII (ingresso Via Vittorio Emanuele) ; presenziaranno alla conferenza stampa il Sindaco della città di Anagni, Fausto Bassetta, la Madre Superiora Suor Patrizia Piva della Congregazione delle Suore Cistercensi, il maestro Pietro Balsamo e Giorgio Quintiliani, coordinatore dello staff di TerreInAzione.

Durante la conferenza Pietro Balsamo, inoltre, aprirà ufficialmente la propria mostra “Arte e Fede. Tesori di carta nelle opere di cartapesta” all’interno del Palazzo: il maestro cartapestaio ci parlerà dell’arte di lavorare la cartapesta, delle opere esposte e dei collegamenti trovati tra il culto dei Ss. Cosma e Damiano nel Salento e nella nostra città.

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Intervista a Nando Brusco: il tamburo è la mia voce e la voce della mia terra

Nella ricca giornata di sabato 5 Agosto, nel programma di Terre In Azione, il cartellone verrà aperto da una performance unica nel suo genere. Sarà un cantastorie ad introdurvi nella seconda giornata di festival, Nando Brusco, calabrese: che con il suo tamburo e le sue storie saprà trasportarvi in un passato evocativo e sacrale, che ci racconta chi siamo e da dove veniamo

 

– Cominciamo così: ci racconti chi è Nando Brusco?

Ci sono due binari per capire da dove vengo. Uno è il percorso di studi che ho fatto, un percorso anche esistenziale: vengo da un ambiente rurale, una dimensione di terra e di campagna che è stata riscoperta quando ho incontrato l’antropologia culturale, la quale mi ha dato la possibilità di guardare al mio vissuto con occhio diverso. Dando un valore diverso a tutta una serie di eventi, rituali, situazioni (la mietitura, la zappa, gli animali), storie ascoltate da mia nonna al braciere. Quando ho capito che faceva parte di un processo di inculturazione mi ha dato maggiore consapevolezza di me stesso.

Il secondo binario è quello più artistico, legato al primo. Da piccolo, ho imparato a danzare la tarantella, diventando quasi una mascotte del paese, danzando in matrimoni e feste di paese (ride). Ma ciò me lo sono portato dietro, fino a che la mia prima forma di espressione artistica è stata proprio come ballerino di un gruppo etnico. Il leader di questo gruppo, che è stato in fondo il mio primo maestro in ambito di spettacolo, mi domandò: “perché questo ritmo che hai dentro non lo metti sul tamburo?” Provando mi sono reso conto che era facile per me, forse perché quel ritmo lo avevo interiorizzato da tempo proprio attraverso la adnza. Ho cominciato col tamburello e non mi sono mai fermato; ho cominciato tardi, intorno ai 20 anni, non sono uno di quei fenomeni che a 5 anni già suonano, però quel tempo precedente il ritmo lo avevo fatto mio fisicamente con la danza.

 – Cosa ti ha portato ad avvicinarti alla figura del cantastorie?

Dopo aver suonato con la band del mio maestro, ho formato il mio trio, che si chiamava Nagrù, con il quale siamo andati molti in giro. Alla fine, il cerchio si è chiuso: ci siamo accorti, nelle nostre tournée che la direzione del contesto era quella del “voler far ballare” a prescindere, i testi delle canzoni non importavano a nessuno, gli aspetti di ricerca che potevano essere dietro ad un gruppo di musica popolare men che non ti dica, l’obiettivo era far ballare la piazza. Ciò ha fatto sì che il trio si sciogliesse e ho cominciato a dovermi muovere da solo.

Cosa mi rimaneva: la mia capacità di racconto; già prima i miei concerti non erano solo una scaletta di brani, ma avevano un filo conduttore, come per esempio “‘Na nascita, na muria, na cantata”.  Qui ho unito la mia passione con i miei studi, in cui i concerti contenevano una ricerca sui canti, sulla poesia dialettale, etc,

La mia attenzione si è quindi spostata sulla figura del cantastorie, allontanandomi magari da grandi piazze e grandi festival, ma cercando quelle situazioni in cui poter continuare a portare avanti, un messaggio, un racconto. Questo lavoro l’ho fatto dapprima con Amuri di calabria, in cui erano presenti e venivano suonati tutti gli strumenti (zampogna chitarra organetto), per poi fare un ulteriore passo: ho capito che il mio strumento è il tamburo. Mi sono messo a studiare esclusivamente quello, l’ho sviscerato nella ricerca dei suoni nei miei viaggi a Palermo, Napoli, Roma attraverso i maestri di questo strumento fino a quando ho deciso di costruirmi un mio modo di lavorare su di esso, di unire la voce al tamburo in maniera originale e particolare. Ed è venuto fuori Tamburo è voce, prodotto da Teatro Proskenion, che ha accettato la mia folle idea, quando nessuna etichetta mi dava credito.

– Chi è il cantastorie?

Stando alle definizioni standard, io non potrei essere un cantastorie, perché non uso i cartelloni, non suono la chitarra e nella costruzioni e nel processo creativo dei brani non uso degli stilemi direttamente riconducibili ai cantastorie. Però questo penso sia abbastanza riduttivo. Ciò che contraddistingue un cantastorie è la sua capacità di raccontare dei fatti, storie realmente accadute, leggende o semplici fatti di cronaca attraverso la forma canzone, nelle sue numerose varianti espressive. Cantastorie è colui che da solo, con o senza cartelloni o chitarra, attraverso strumento e voce riesce a riportare nella sua performance un fatto, una storia, un cunto, una leggenda. Per la mia forma mentis, poi, io riesco a cantare più il passato che il presente, mentre altri dicono che il cantastorie oggi dovrebbe riuscire a cantare la contemporaneità, quello che avviene, e quindi riuscire a competere con tutti gli organi di informazione che insistono sulla società di oggi e trovare uno spazio per raccontare di Aleppo, dei migranti, o di altro a livello politico. Io per identità e costruzione del mio percorso di studi questo non lo faccio, o meglio: cerco di arrivare allo stesso risultato parlando di ciò che siamo stati, di ciò che siamo ora attraverso le vicende che hanno contraddistinto la nostra storia e il nostro passato; a me piace più parlare dei fatti di Melissa (ndi, 1949) che non di quello che avviene oggi, perché non posso competere, che ne so, con Bruno Vespa su tali questioni e anche perché voglio porre l’accento su alcuni poeti dialettali, ad esempio, che hanno messo in luce le nefandezze dell’Unità d’Italia che nessuno conosce; io porto a testimonianza di ciò quello che scritto Antonio Martino nel 1874, uno dei tanti personaggi che ha messo nero su bianco che il processo di unificazione nazionale ha tradito tutte le promesse fatte; io vi dico che la Calabria non è vero che ha sempre accettato passivamente tutte le storture e porto le testimonianze. Mi interessa questo tipo di lavoro.

– Qual è il tuo rapporto con il tamburo?

Il percorso che ho fatto e che voglio continuare a fare sul tamburo vede questo strumento come uno strumento per fare musica, non uno strumento squisitamente ritmico. Il mio utilizzo non va verso il virtuosismo, verso la ricerca di una tecnica difficilissima presa da chissà che parte del mondo e riportarla sul tamburo… sono tutte ricerche meritevoli, nelle quali conosco maestri e tamburellisti egregi e molto ma molto più bravi di me. Però io faccio un discorso diverso: io voglio dare spazio a quella parte ancestrale, sacra, evocativa che questo strumento porta; in maniera forse più romanzesca e romanzata vorrei scoprire le possibilità espressive di questo strumento, la voce del tamburo. E attraverso questi tocchi e questi suoni evocare delle immagini, questo è il fine del mio spettacolo e del mio utilizzo del tamburo. Ne faccio una questione di emozione del suono, non di mera esecuzione.

 

– Cosa è il popolare per Nando Brusco?

Personalmente ed emozionalmente, è stato sicuramente un elemento di costruzione della mia identità. Io sono arrivato a 39 anni anche grazie alla scoperta, alla partecipazione, allo studio di questo mondo della cultura popolare, che è vastamente inteso. La cultura popolare la intendo come cultura, innanzitutto, dal punto di vista antropologico: quindi non come somma di saperi, non come somma di erudizione, perché evidentemente i contadini non conoscevano il latino o Dante, ma sono portatori di concezioni del mondo e della vita, di valori, che veicolano attraverso i proverbi, ad esempio. Questa partecipazione a tale mondo nel quale ho vissuto, insieme allo studio di questo mondo anche attraverso e attraverso la mia ricerca nel campo coreutico-musicale mi hanno permesso di focalizzare l’attenzione sulla mia identità in questo contesto: io faccio parte di una comunità, che ha radici storico culturali che ha partecipato a rituali che rifondano la comunità in cui vivo (come le feste patronali)… il mondo del popolare mi ha permesso di avere coscienza di chi sono, da dove vengo, anche come calabrese.

 

Intervista ai ControCorente: ritornare alla vera romanità attraverso la musica

Sarà una serata unica nel suo genere la prima data di TerreInAzione. Una serata completamente dedicata alla musica romanesca. E dopo il teatro popolare dell’Osteria del Tempo Perso, spazio sul palco ai ControCorente, gruppo musicale romano che fa della tradizione della Città Eterna il suo punto di forza.

Abbiamo avuto un bella chiacchierata con Mauro Delle Donne, uno dei fondatori del gruppo.

– Chi sono i ControCorente?

I Controcorente sono un gruppo di amici, attualmente siamo in quattro. Ognuno di noi ha fatto percorsi musicali diversi, dal jazz al folk americano, fino a quando abbiamo deciso di confrontarci con la musica romana e di conseguenza con la sua storia e soprattutto con la sua lingua, di cui conserviamo soltanto una minima  conoscenza e che purtroppo rischia di sparire. tutto ciò, naturalmente, sempre nel rispetto degli strumenti tradizionali della nostra musica Roma. La ricerca, negli ultimi due anni, ci aveva portato ad inserire anche basso e percussioni, arrivando addirittura a 6 componenti, per tornare adesso ad essere un quartetto.

– Perché la musica romana?

Abbiamo scelto la musica romana perché ognuno porta con sé dei ricordi di questa musica, è quello che ci appartiene. È stato come ricostruire un puzzle; parte del nostro vissuto riguarda proprio questo, di conseguenza abbiamo cominciato a tirare fuori un repertorio che non fosse propriamente quello tradizionale: ci saranno nello spettacolo brani tradizionali, del dopoguerra ad esempio, ma anche brani appartenenti all’Ottocento, ripescati da un bagaglio molto più lontano. L’idea era quella di riportare all’attenzione un repertorio che non fa quasi più nessuno, seppur la scena culturale musicale romana negli ultimi anni sia cresciuta, sia nel campo del tradizionale sia in altri generi, ma sempre nel rispetto del dialetto e della lingua romana. Anche se essa, la lingua, è inevitabilmente cambiata e rimane più come intercalare che come lingua vera e propria.

 

– Perché Controcorente?

Controcorente, da una parte, riprende la famosa “Il barcarolo va … controcorente”. Rigorosamente con una erre.

ControCorente, per noi, è anche porsi in maniera non direi alternativa, ma, in un certo senso, riprendere la romanità e liberarla dallo stereotipo del romano “coatto” e basta. Da quell’intercalare stereotipato che può diventare fastidioso, che non rende giustizia all’animo romano, associato troppo facilmente (a causa anche di un certo tipo di cinematografia, senza voler criticare) al romano superficiale e volgare.  La figura del “bullo” fa sì parte della tradizione romana, la cantiamo anche nei nostri brani di malavita, ma lo stereotipo moderno non la esaurisce. Il romano è anche altro: genuinità, veracità, sincerità, anche quello che ti manda a quel paese in maniera diretta senza girarci troppo intorno, eh, però non necessariamente sboccato. In questo senso, i migliori esempi di romanità sono stati Aldo Fabbrizi, Alberto Sordi o Manfredi, che seppur ciociaro abbracciò Roma. Roma, insomma, non è solo “ma che ce frega ma che ce importa”, come la musica salentina non è solo la pizzica, ci sono i canti di lavoro, i canti polivocali etc… Bisogna invece imparare ad ascoltare, vestire in pieno i panni dello spettatore che accetta e cerca di capire quello che sta arrivando dal palco. Rispetto al passato è come se ci fosse meno disponibilità all’ascolto, c’è voglia di parlare, di dire la propria che non permette l’ascolto.

– La tradizione musicale romana ha un retaggio antico e prestigioso. Tuttavia, sembra quasi passare in sordina rispetto agli altri patrimoni musicali del Centro Sud Italia. Per quale motivo, secondo voi (ammesso che sia così)?

La musica popolare del Sud Italia, che è quella da cui è cominciata la mia esperienza musicale in questo campo (anche perché ho origini campane), è una musica catartica, i concerti sono vere manifestazioni di liberazione, che rispondono ad una necessità diffusa di voler “uscire fuori”, mentalmente e fisicamente.

La musica romana è legata ad una quotidianità che non c’è più, purtroppo: fino a 50-60 anni fa, nei quartieri popolari romani, vedi Trastevere, San Lorenzo, ad esempio, era consuetudine poter assistere a serenate o a saltarelli o vedere signori e signore attorno a qualche organetto. Secondo me, è venuto meno quell’humus da cui nasce la musica popolare romana, che invece è rimasta conservato, ad esempio, in Salento o in Calabria; a Roma mancano… i romani, sono venuti meno quei presupposti di territorialità che producevano la tradizione, come lo stornello, che è l’espressione più spontanea della musica romana (e non solo).

È vero che l’attenzione dalla fine degli anni ’90 in poi è cresciuta nei confronti delle musica popolare del Sud Italia, portando da una parte ad una riscoperta positiva, ma dall’altra fa sì che tutti si rapportino con capacità o meno a questa musica. La musica popolare romana, però, ha perso di più, ha mantenuto meno quell’aspetto di veracità rispetto alle altre tradizioni. Dovuti anche ai cambiamenti del tessuto cittadino e dei propri quartieri.

– Cosa è il popolare per te?

Per me, e credo di poter parlare a nome del gruppo, il popolare è qualsiasi espressione autentica e sincera dell’animo. Questo per me  è il popolare: qualsiasi moto artistico e creativo che nasce da dentro, dalle viscere. Ti dico questo perché la musica popolare, a differenza della musica colta, nasce dal basso, nasce dal popolo; si presuppone quindi che sia nata in contesti e da persone che vivono una quotidianità difficile, più problematica. La musica era un modo per liberarsi, un mezzo quasi catartico per affrancarsi per un momento dalla durezza delal vita di tutti i giorni. Qualsiasi modo spontaneo e autentico che venga da dentro per me è popolare.

 

-Quali sono i vostri progetti futuri?

Ci siamo concessi qualche mese di pausa, che ha portato al ripristino del nucleo originario della band. Da un paio di mesi ci siamo rimessi a lavorare su brani visti in passato, brani esplorati ma non definiti. Imamgino che saranno inseriti in un lavoro prossimo, l’idea è questa: fare un nuovo lavoro, su cui però non possiamo dire come tempistica.

 

-Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro concerto?

Un viaggio a tutto tondo nella musica romana. Dove si potrà ascoltare lo stornello, il canto di malavita o la vicenda politica dall’epilogo triste, sempre in chiave tradizionale, ma anche un concerto che guarda ad arrangiamenti particolari, nati dal fatto che ognuno di noi si porta dietro diversi passati musicali. Coniugare la tradizione con qualcosa di personale, per non diventare “museali”: non ci interessava riprodurre in maniera filologicamente corretta tutti i brani. C’è molto di tradizionale nell’uso degli strumenti o della voce, ma c’è anche del nostro, per personalizzare un pochettino i brani, per renderli più interessanti, soprattutto a noi (ride).

Alla fine, se credi veramente in ciò che senti e sei sincero in ciò che fai, questa cosa esce, viene fuori. Può essere apprezzato o meno, però sei vero, sei te stesso. È un presupposto fondamentale. Qui si ricollega la discorso del nostro concetto di popolare: riportiamo tutto il nostro bagaglio e le nostre esperienze dentro la musica.

 

 

Intervista alla Compagnia Lab Toc: un’Osteria, il teatro, il vino e il tempo perso

Non è la prima volta che Anagni ospita l’Osteria del Tempo Perso. Ma è sempre come fosse la prima volta, un’occasione importante per immergersi in un’atmosfera lontana e al contempo viva. 

Cosa dobbiamo aspettarci dall’Osteria del Tempo Perso ce lo spiega Monica Fiorentini, regista della Compagnia Laboratorio TOC. 

– Partiamo così, cosa significa teatro popolare? 

 

Il teatro dovrebbe essere sempre popolare, data la sua funzione sociale, è necessario che sia accessibile a tutti.  

Nel caso de “L’Osteria del tempo perso”, intendo riportare sulla scena la cultura popolare romana, un mondo che alcuni forse ricordano e che altri, più giovani, disconoscono, ma che vive e si rivela egualmente nello spirito della gente di Roma e dei suoi dintorni.

 

Cosa significa per te poter riportare in scena L’Osteria del Tempo Perso?



“L’osteria…” è un grande contenitore che può cambiare forma e contenuti,

interpreti e personaggi, ma per me significa, ogni volta che la rappresento, investire e approfondire l’eredità che mio padre, Fiorenzo Fiorentini,  ha lasciato, non solo a me ma anche al suo pubblico, di un certo modo  di concepire la romanità, troppo spesso involgarita, svalorizzata, banalizzata.


Chi sono i personaggi che si incontrano ne L’Osteria del Tempo Perso?

 

La terrazza della villa aristocratica della Marchesa, Donna Prassede Piccoloni dei Marchesi di San Gottardo Scassaquindici, affaccia sull’Osteria della Sora Sabella. La nobildonna, indegna del suo titolo in quanto a signorilità è del tutto inconsapevole della sua abissale ignoranza e s’intrattiene in amena conversazione con un duca ciarliero, acculturato e informatissimo sugli ultimi accadimenti mondani della capitale.

Al servizio della Marchesa, c’è un paggio astuto di nome Ciancicagnocchi per via del suo curioso difetto di pronuncia, che fa la spola tra la “Villa” e l’Osteria: è lui che ascolta le conversazioni dei due nobili e le riporta alla Sora Sabella e ai suoi avventori. Sabella è un’ostessa saggia e scanzonata, sempre pronta a dispensare consigli e rimedi contro tutti i malanni, compreso il “mal d’amore”.

Due punti di vista, quello degli ospiti del “palazzo” e quello dei frequentatori dell’osteria, due filosofie di vita, due mondi lontanissimi, che commentano gli stessi accadimenti: un contrappunto esilarante che si racconta attraverso una carrellata di curiosi personaggi, sonetti, filastrocche, stornelli che testimoniano la vitalità, il senso dell’umorismo e lo spirito profondamente popolare della romanità.

 


Tempo perso: quale tempo stiamo perdendo oggi?



L’ambientazione è ottocentesca, epoca in cui la vita aveva certamente altri ritmi e altri valori, oggi, nella frenesia che ci attanaglia, raramente riusciamo a ricavarci uno spazio di riflessione e condivisione, non virtuale, in un luogo d’incontro, non virtuale, e l’assenza di questo così detto “tempo perso” ci impoverisce, ci allontana dalle cose fondamentali della nostra vita.

Intervista a Canto d’Inizio: l’energia e la bellezza della condivisione 

Sono passati ad Anagni un paio di anni fa. 

E, forse, vedere la risposta del pubblico al concerto energico e coinvolgente della Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO ha fatto sì che potesse essere pensato e creato un festival come TerreInAzione, un luogo dove d’estate poter liberarsi da qualsiasi cosa, dove poter ballare e suonare senza pensieri.

Ora la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO torna nella nostra città da protagonista: a lei è dedicata la serata di Sabato 5 Agosto. Li abbiamo raggiunti e, con molta gentilezza e disponibilità, si sono aperti alle nostre domande. 

 Da dove nasce la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO? 

La Piccola Orchestra ‘CANTO D’INIZIO’ nasce da una costola di ‘Rosso Popolare’: un gruppo attivo a Roma già nel 1975.

La nostra ricerca è concentrata soprattutto nel repertorio (vastissimo) delle musiche da ballo del centro sud Italia. Ovviamente, deve essere chiaro, senza la pretesa di riproporre nella stessa chiave i brani che decidiamo di riarrangiare, ma cercando di mantenere inalterato lo spirito con il quale vengono riproposti. Abbiamo arrangiato anche alcuni canti in particolare del Molise che  è una terra ricchissima di tradizioni e questi ultimi sono stati letteralmente raccolti sul campo attraverso registrazioni e conoscenze di alcuni vecchi cantori.

 Avete fatto delle collaborazioni con altri artisti uno dei vostri punti di forza. Cosa significa per voi poter lavorare con altri artisti? 

E’ vero, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con molti artisti, alcuni dei quali anche molto lontani dal mondo della musica della tradizione. Ad esempio Fiorella Mannoia con la quale per tre anni consecutivi abbiamo suonato per un progetto legato all’Africa. Progetto al quale partecipiamo insieme a Fiorella anche quest’anno. Abbiamo suonato con musicisti  di altre tradizioni popolari, non Italiane, come Il cantante e musicista berbero Nour Eddine  Fatty e con il percussionista Haitiano Atissou Loko per citarne alcuni. Lavorare con artisti di altre provenienze stilistiche, ma soprattutto di altre culture, arricchisce enormemente  l’intero ensamble. I momenti di improvvisazione e di alchimia musicale che si creano durante l’esibizione sono sempre unici ed irripetibili ed ogni concerto è una storia a se. 

– Cosa dobbiamo aspettarci da questo incontro con Baba Sissoko? 

Babà Sissoko lo abbiamo conosciuto proprio durante un concerto con Fiorella ed è stato meraviglioso poter mescolare il pop italiano, la musica popolare italiana ed i ritmi e i canti dei  griot di Babà. Cosa vi dovete aspettare? Soprattutto gioia e divertimento, ma anche la sensazione forte  di  energia e di bellezza, che solo la condivisione di esperienze diverse può restituire attraverso la conoscenza reciproca.

come sempre chiudiamo così: cosa significa per voi “popolare”?

La definizione di ‘musica popolare’ ci va stretta, anzi strettissima. Lasciamo ai veri ricercatori (se ancora ce ne sono) di tramandare in senso stretto le tradizioni. Noi ci limitiamo a prendere lo spunto dalle nostre radici per fare della musica.

INTERVISTA A COTULA DANZE POPOLARI: “IENTO”, o COME PARLARSI A PASSI DI VENTO

Siamo andati ad intervistare Samanta Chiavarelli e Monica Fiorentini, rispettivamente coreografa e regista del nuovo spettacolo realizzato dal gruppo Cotula Danze Popolari, intitolato “Iento“, che debutterà al Festival TerreInAzione Sabato 5 Agosto alle ore 21.15 (Piazza Giovanni Paolo II).

La performance continua la strada segnata dalla produzione precedente, “Ousia”, in una ricerca che si interroga sul ruolo e sull’importanza delle danze popolari nel contesto moderno; e se in Ousia, la danza diviene strumento per guardarsi dentro, in Iento diventa mezzo per ristabilire un contatto con gli altri.

Cosa vi ha portate a questa nuova produzione?

Lo scorso anno siamo partiti dalle origini della danza popolare, la vita contadina e quella pastorale, per ritrovarne l’essenza “Ousia”e riconoscerne la funzione catartica e terapeutica. Quest’anno siamo partite dall’oggi, dalla difficoltà di comunicare davvero, senza l’ausilio dei social che finiscono per aumentare la distanza, creare il distacco e intensificare le incomprensioni. Un mondo virtuale, quello odierno, che uccide il corpo e le sue sensazioni a beneficio della mente e delle sue nevrosi. La Danza Popolare avendo un codice davvero limitato e garantendo quindi maggiore libertà di espressione, contaminata e non imprigionata in una errata idea di tradizione, può ridare vita al nostro corpo, stimolare l’espressività e migliorare la comunicazione tra le anime; le persone che vi si approcciano rimangono quasi sorprese nel sentire che il proprio corpo esiste e può danzare.

Cosa significa IENTO ?

IENTO è una parola inventata che assomiglia ad altre parole (vento, o jentu in salentino) e che ha un vago sapore dialettale, i dialetti hanno la grande capacità di spiegare con un unico termine svariate sensazioni, ma al contempo non volevamo un termine che identificasse troppo un unico luogo di appartenenza .  IENTO è una “presenza”, un elemento che interviene al colmo del disagio umano per “cambiare aria” , come si fa nella camera di un malato che ha passato la notte e finalmente è fuori pericolo verso la guarigione. Abbiamo voluto incarnarlo in una danzatrice che passando tra gli uomini e le loro follie come una folata, un refolo, un soffio o una tempesta,  cambia l’umore, spazza via le emozioni negative e fa ritrovare la relazione con se stessi e l’esigenza di una relazione “semplice” con gli altri. E di nuovo la danza popolare diventa un viatico per l’incontro e la condivisione.

-Che relazione c’è tra la danza e il popolare ?

La relazione tra” Danza”, espressione corporea,  e “Popolare”, espressione del luogo di appartenza del corpo,  è che entrambe parlano di noi, del luogo in cui è radicato il nostro essere,  della nostra esigenza di comunicare verità e la verità è nel corpo.

Dove nasce e dove va TerreInAzione ?

“Terre in Azione” nasce da un gruppo esiguo di persone che hanno sentito il bisogno di risvegliare le proprie radici affinché possano prolificare estendersi e intrecciarsi con quelle di popoli vicini e lontani. L’impellenza di far partire un’energia che come una forza centrifuga, come un benefico contagio, viaggi veloce e raggiunga prima i dintorni e poi terre lontane, per mescolare esperienza e arricchire la cultura di ciascuno. Dove vuole arrivare?  Potremmo dire che il punto di partenza e la meta sono la stessa cosa

 

Mostra “Anagni nel Tempo” di Ivan Quiselli 

Ingresso Gratuito

Durante il Festival TerreInAzione, sarà possibile  effettuare un vero e proprio viaggio della memoria nella Anagni passata.
Questo grazie alla mostra fotografica “Anagni nel Tempo“, curata da Ivan Quiselli, che sarà allestita nella Sala Della Colonna in Largo Tommaso Gismondi.
L’esposizione fotografica sarà l’occasione per ammirare un’Anagni diversa, antica, ma comunque viva nella memoria storica di questa nostra città, immortalata nelle immagini fotografiche che vanno dagli anni di fine Ottocento agli anni Ottanta.

Intervista a Samanta Chiavarelli e Monica Fiorentini (Ousìa): mettere a nudo fino ad arrivare all’essenza

Ousia è una parola greca che significa essenza  e in filosofia si  deve intendere come  il fondamento del ciò che realmente è, ovvero ciò per cui una certa cosa è quello che è e non altro. E lo spettacolo di Monica Fiorentini e Samanta Chiavarelli “Ousia-Essenza. Percuotere la Terra per risvegliarne il centro” in scena Sabato sera 6 agosto alle 21 presso le absidi di Piazza Innocenzo III ad Anagni (FR)  intende proprio arrivare alle viscere del suo centro, per uno spettacolo di teatro-danza realizzato con gli allievi del corso di Danze popolari dell’associazione “Cotula”. Abbiamo incontrato Samanta e Monica per una chiacchierata a due voci (che poi è come se diventasse una sola) su quello che è “Ousia” e l’esperienza intrapresa assieme…

Da Cosa nasce Ousia e questo connubio di danza e teatro?

Monica: Ousia, come le altre cose che ci saranno,  nasce da un incontro tra me e Samanta. Io ho iniziato a fare un corso di danze popolari con lei e lavorando insieme possiamo dire che ci siamo trovate.

Samanta:  Abbiamo scoperto tante cose in comune, nel senso di modo di vedere e di sentire determinate cose e quindi un’assonanza, il resto è venuto naturalmente. Io ho visto gli spettacoli che Monica ha fatto, soprattutto Sineamore e da lì ho pensato che fosse proprio  la persona giusta, quella che avrebbe potuto aiutarmi a dare un ordine ai miei pensieri e alle mie emozioni perché io contrariamente sono invece  molto tumultuosa.

Monica: C’era l’idea di fare un saggio di fine corso, poi abbiamo pensato che invece di fare quello che fanno tutte le scuole di danza, sarebbe stato più  sentito da parte nostra partire dal fatto che entrambe crediamo profondamente  che la danza sia per l’uomo e in generale per l’umanità un’esigenza assoluta e dunque articolare il progetto in maniera diversa. Si è sempre ballato e meno  le danze sono codificate e più rappresentano  l’espressione di quello che viene dal profondo, dalla propria essenza appunto.

Samanta:…e quindi sono accessibili A TUTTI, questa è la cosa fondamentale. Le danze meno sono codificate e più sono praticabili da tutti perché tutti possono danzare.

Monica:… e tutti quindi si possono esprimere.

Questo spettacolo coniuga due arti ancestrali che sono quella del teatro e la danza che nascono con l’uomo e la vita stessa. Cosa volete trasmettere e qual è l’obiettivo di questo spettacolo?

Samanta: Emozionare. Ogni quadro è un’emozione diversa, è un aspetto diverso dell’essere umano.

Monica: E rispecchiare. Quello che veramente vorremmo, è che ognuno,  anche semplicemente guardando e assistendo alla rappresentazione,  potesse specchiare la sua essenza nella nostra. Vorremmo  creare una situazione di riflesso tra spettatori e noi, quasi a diventare  una cosa sola. Nessuno dei danzatori è un professionista, e questo è importante sottolinearlo proprio perché è ciò che noi volevamo.  Soltanto così il pubblico si può rispecchiare e potrebbe dunque esprimersi nel medesimo modo.

In questo contesto di TerreinAzione  in cui vengono rievocati i ritmi del Centro –sud Italia  come si colloca lo spettacolo Ousia?

Samanta: Attorno al Mediterraneo sono confluiti vari riti e vari ritmi che hanno tutti un’unica matrice e a seconda dei sincretismi che si sono creati con le zone dove si sono andati ad insediare i vari popoli,  hanno dato vita un tipo di danza che ha però tutta la stessa matrice e tutta la stessa radice.  Ousia secondo me si colloca proprio in questo modo perché sono le terre in azione, in movimento.

Monica: Samanta  è una studiosa di danze popolari, questo ci tengo a sottolinearlo, lei prima di tutto è una  ricercatrice perché per insegnare una  materia così poco codificata, se ne deve avere una  conoscenza profonda altrimenti non riesce a passare,  perché si tratta di passare qualcosa e non di insegnarla. Una delle prime cose di cui abbiamo parlato con lei è  che molte delle espressioni di queste danze vengono direttamente dalla gestualità del lavoro dei pastori, contadini…

Samanta: …per dare proprio un ritmo al lavoro, per alleggerirlo dalle loro movenze, gestualità riprese dal lavoro quotidiano quindi quelle del contadino, dei lavori di casa. Oltretutto alcune cose che vengono utilizzate nella danza sono strumenti o di lavoro o personali, oggetti e cose che  facevano parte della vita stessa delle persone.

Monica: Quello che per me è interessante è il fatto che queste persone, il popolo, dopo aver lavorato tutto il giorno con quelle movenze, a fine giornata le utilizzava in un certo senso per esorcizzare la fatica del lavoro,  utilizzando quindi quei gesti con una valenza e un’energia però completamente diversa.

Samanta : Altra cosa molto importante è che l’uomo, soprattutto colui che  lavorava la terra e dunque faceva un lavoro fisico molto faticoso, non si annientava in questo ruolo,  ma riusciva a far crescere comunque dentro di sé l’esigenza…perché la danza, soprattutto quella popolare,  è un’esigenza.

Un invito al pubblico: perché dovrebbe venire a  vedere lo spettacolo “Ousia”?

Monica: Stasera quando abbiamo finito le prove sono passate due persone che hanno chiesto cosa significasse  un particolare che avevano visto.  Io ho detto loro che non è molto importante che cosa vuol dire per chi balla, poiché ci sono momenti di improvvisazione pura, non è importante che chi fa una certa cosa  ne spieghi il significato.  Ciò che è  interessante invece è  che ognuno degli spettatori possa dare un significato proprio, che risuoni dentro di sé con quello che vede. Che poi questo che sia uno spettacolo di danza, che sia uno spettacolo di teatro che dir si voglia è sempre lo stesso discorso, è un’espressione d’insieme, è un’energia che circola.

Samanta: Io inviterei a venire a vederlo perché ognuno potrebbe fare delle scoperte su sé stesso  e rinvenire delle parti di sé,  delle assonanze con le proprie emozioni . Il velo che noi usiamo ha infatti il significato di svelare, ma non svelare al pubblico chissà quale segreto,  ma proprio quello di svelare tanti aspetti di noi, tanti aspetti di ognuno che magari vengono celati ormai nella nostra società.

Monica: Svelare quindi ma anche Ri-velare e mettere a nudo fino ad  arrivare all’essenza.

Intervista ad Andrea Di Palma (MadeInTerraneo): Mediterraneo mare libero per l’incontro di culture

Non solo musica e danza, ma anche teatro a TerreInAzione: una chiacchierata con Andrea Di Palma, che presenta il suo MadeInTerraneo. Un racconto che parla del Mare Nostro e dei viaggi che lo hanno sempre caratterizzato come luogo d’incontro di culture e diversità

 

1)      MadeInTerraneo, un gioco di parole che vuole da una parte porre l’accento su una peculiarità geografica e allo stesso segnare il confine di un’appartenenza. Da cosa nasce questo progetto?

MadeInTerraneo nasce da una mia volontà personale di fare uno spettacolo sulle migrazioni moderne nel Mediterraneo. Solo che per tanto tempo non ho trovato la forma adatta. Lo scorso anno, nell’estate 2015, mi fu proposto di collaborare al festival World In Town con uno spettacolo che parlasse di integrazione. Ho preso la palla al balzo e la formula della narrazione mi è sembrata la forma più adatta: non parlare in modo scientifico e analitico di quello che accade oggi nelle nostre acque, di questi fatti tremendi e tristi, ma farlo costruendo un ponte tra passato e presente, cercando punti di contatto tra i viaggi di oggi e i viaggi che da sempre ci sono stati nel bacino del Nostro Mare. E nasce proprio da quello che mi chiedi: che senso ha definirsi “mediterranei” se guardiamo, oggi, con diffidenza a ciò che il Mediterraneo ci porta in dote?

 

 

2)      Contaminazioni musicali, mitologiche, storiche e geografiche: il Mediterraneo è più frontiera o delimitazione in questa nostra attualità?

Il Mediterraneo, il mare rimane l’unico luogo veramente libero oggi. Pericoloso, ma libero. Oggi è l’entroterra ad essersi bloccato, la terraferma è veramente “ferma”, respinge e non accoglie: pensiamo a quanti muri si sono innalzati negli ultimi mesi; con la chiusura della rotta balcanica, sono stati costruiti muri in Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Austria, come si è paventata l’ipotesi di un muro tra Italia e Austria. Muri fisici ma anche ideologici, a cui in un certo senso possiamo assimilare anche l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, sono limiti mentali, di concetto, che fanno passare l’idea che una striscia di terra appartenga a qualcuno piuttosto che ad altri. E ci si chiude, si chiude il transito, non passano le persone e con loro non passano le storie, le conoscenze, le opinioni e le tradizioni. Ecco perché il mare rimane la vera via libera per superare le barriere; solo idealmente e forse romanticamente però, perché oggi è pericoloso da attraversare, forse più che in passato, non tanto per le difficili condizioni metereologiche, quanto per le condizioni che i racket dei viaggi per mare impongono. Personalmente penso che si sia perso il potersi riconoscere “mediterranei”, riconoscere un sostrato comune che si è mescolato nei secoli e ha dato vita delle peculiarità uniche nella storia dell’Umanità. Il Mediterraneo è diventato un enorme “territorio di frontiera”.

 

3)      Essere “in mezzo alle terre” (tra ben 3 continenti) è una caratteristica piuttosto peculiare per il nostro mare, che evoca storie davvero senza tempo. Come si coniuga questo con l’attualità nello spettacolo “MadeInTerraneo”?

Lo spettacolo si apre con una citazione di Fernand Braudel che ribadisce proprio questo: il Mediterraneo è “mille cose insieme”. Insieme: l’unicità nella diversità! E questo è unico: in quale altra pare del mondo, un elemento geografico divide e accomuna in maniera così singolare un numero tanto grande di culture?  Mi vengono in mente, forse, il Mar Morto e la Foresta Amazzonica, però nel primo caso diviene luogo conteso e nel secondo luogo oscuro che accomuna ma non avvicina. Il Mediterraneo è stato nei secoli una via di sviluppo economico e culturale, si guardava al mare e cosa c’era al di là di esso. In questo cerco il punto di contatto con l’attualità nel mio spettacolo, ovvero in quel senso di istinto che ha portato le popolazioni a vedere cosa ci fosse al di là dell’orizzonte. “E’ necessario navigare, non vivere” scriveva Plutarco a proposito del Mediterraneo. Ho cercato di collegare con un fil rouge proprio le storie che hanno avuto alla base questa esigenza di navigare per vivere: i migranti di oggi, la traversata di Enea in cerca di una nuova casa (che in MadeInTerraneo diventa il nucleo da cui si dipanano le altre storie), ma anche i viaggi di amore come furono quelli Jaufre Rudel o i viaggi della natura, con la tarturaga caretta caretta che ogni anno percorre 3000km nelle acque del Mediterraneo solo per deporre le uova. Sono i viaggi che hanno formato la “cultura mediterranea”, che ha alla base la diffusione e la commistione di cultura greca, romana, fenicia, araba, africana, balcanica, e che oggi invece, non capisco il perché, ci stupiscono e ci irritano.

 

 

 

4)      Qual è l’importanza di uno spettacolo di tale respiro in un Festival che ha la sua ragione con la denominazione Terre In Azione?

 

Oddio, importanza è una parola grossa! Diciamo che il mio è un piccolo contributo ad un Festival che è nato con grande passione e con la voglia di avvicinare realtà diverse sotto l’idea espressa dal nome del Festival, TerreInAzione: le tradizioni, di qualsiasi tipo, nascono dall’incontro di terre diverse che si muovono, dal cammino dei popoli ed è proprio di questo che parla MadeInTerraneo. “Popolare” è collegare l’individuo all’universale e le “tradizioni mediterranee” hanno questa caratteristica di popolare, di un qualcosa che ha la peculiarità territoriale ma è ritrovabile in un territorio e in una consapevolezza più estese. Tutto ciò che si riconosce come mediterraneo nasce dall’incontro dei popoli; ho già parlato della cultura, ma pensiamo anche semplicemente alla cucina: la cucina è sempre il risultato più chiaro e lampante delle contaminazioni; la dieta mediterranea è la fotografia della commistione scaturita dal Mediterraneo, prodotti che viaggiano e vengono reinventati in diverse zone del nostro bacino, lo zafferano, la cipolla, i cereali in tutte le sue forme, dal cous cous al pane, l’ulivo…; ricette e sapori che si mischiano perché i prodotti viaggiano. O pensiamo anche agli insediamenti linguistici nati dalle terre in azione, che poi si riflettono nella musica: la Grecìa salentina, gli Arbëreshë, il castigliano in Sardegna… Da cosa pensiamo che provengano, dallo star seduti a commentare dietro una tastiera o dai viaggi visti per documentario?

 

 

5) Formula un invito affinché le persone vengano a vedere “MadeInTerraneo” venerdì sera a Piazza Innocenzo III…

 

MadeInTerraneo è per me più che uno spettacolo, è il mio modo di donarvi un pezzettino di me e della mia passione per quello che faccio. Insieme alle chitarre di Giacomo (nda Giacomo Gatto) e Francesco (nda Francesco Cellitti) ci siamo impegnati e abbiamo cercato di far sì che potessero arrivare al pubblico belle emozioni, insieme a momenti di riflessione e (perché no) piccole curiosità, momenti di cultura, di storia, di mitologia, il tutto in chiave narrativa. E cos’è uno spettacolo senza un pubblico che lo colga e lo faccia suo? Tutto per dirvi: venite a condividere tutto questocon noi. Vi aspettiamo venerdì sera e vi promettiamo di metterci davvero tutto l’impegno possibile, sperando di farvi scappare una risata o un piccolo momento di accorto silenzio e se succederà, bhe, noi sentiremo che tutto questo è valso veramente la pena.

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Intervista agli Hernicantus: alla riscoperta delle tradizioni locali!

Proseguono le nostre chiacchierate con coloro che saranno l’anima del Festival TerreInAzione.
Oggi è il turno di Luca Attura, che ci parla degli Hernicantus, della loro passione per la tradizione ciociara (e non solo). Non perdeteveli il 6 Agosto alle 22 in Piazza Cavour!
  • Luca, buongiorno. Cominciamo dal principio: da dove nascono gli Hernicantus?
Gli HerniCantus sono un’evoluzione del gruppo di musica popolare “Compari delle Cantine”, sorto nell’agosto del 2001 in occasione delle festività in onore dell Madonna Assunta in quel di Paliano. In questo periodo il centro storico della nostra città viene animato dall’apertura di una cantina – intesa come punto di ristorazione a base di specialità locali – per ognuno dei nove rioni in cui il territorio palianese è suddiviso. L’idea, allora e per i primissimi anni a seguire, era quella di riportare la musica tradizionale ciociara tra la gente in una forma di esibizione che fosse il più possibile vicina a quella arcaica, ovvero tramite spettacoli itineranti. A poco a poco, tuttavia, gli stessi organizzatori di eventi, data l’ottima risposta di pubblico, iniziarono a richiedere spettacoli da palco con la conseguenza, per noi, di una maggior cura negli arrangiamenti e nell’impostazione artistica. Da tali esperienze è scaturita la necessità di differenziare il progetto più recente da quello della primissima ora, in modo tale da sganciare il gruppo dal solo contesto ferragostano palianese. I nostri tour hanno toccato e toccano località poste ben al di fuori dei confini provinciali, regionali e nazionali. In questo senso, il progetto di rinnovamento intrapreso ha visto la nascita dell’associazione culturale “Compari delle cantine”, dedita all’opera di ricerca e riproposta in ambito folklorico, linguistico e antropologico, e della Compagnia “HerniCantus” che della suddetta associazione costituisce il mezzo espressivo musicale.
  • Il vostro repertorio e il vostro focus di ricerca su cosa è incentrato maggiormente?
La tradizione musicale ciociara e, più in generale, dell’antiche provincie di Campagna e Marittima costituiscono il punto focale della nostra opera di recupero. Ovviamente, essendo originari dei colli e monti Ernici, non possiamo che avere un occhio di riguardo per la nostra area. Tuttavia, restiamo aperti ad influenze provenienti da altre zone, soprattutto del Centro-sud Italia, perché siamo dell’ opinione che le tradizioni possano costituire anche “merce di scambio”. Anzi, è proprio lo scambio reciproco che permette la nascita di ciò che chiamiamo “tradizione”.
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  • La tradizione musicale e coreutica della Ciociaria e del Basso Lazio sta raggiungendo la diffusione che hanno avuto negli anni le tradizioni pugliesi e campane?
Il cammino è ancora lunghissimo. Manca un’attività di ricerca seria, metodica e, soprattutto,continua. Esistono diversi ottimi lavori in tal senso , a ancora siamo lontani da un censimento etnomusicologico compiuto e puntuale. La riproposta sotto forma di Festival o eventi può essere solo una conseguenza di un risultato importante della ricerca. Altrimenti verrebbe a mancare la materia prima. La nostra terra possiede ,al pari di altre, un suo patrimonio. Preservarlo, fa parte,crediamo,delle responsabilità di un gruppo di musica tradizionale.
  • Nella vostra ricerca nella musica e nella danza tradizionale, qual è stata la scoperta che vi ha entusiasmato di più?
Il fatto che, come accennato in precedenza, i nostri avi non erano chiusi ad influenze esterne. Cito un aneddoto che di solito condivido anche in occasione dei nostri concerti: in una sera d’estate di qualche anno fa, durante una sessione di prove, decidemmo di uscire dalla sala per passeggiare suonando tra i vicoli di Paliano. Come in altre occasioni, fummi accolti dall’ ospitalità dei nostri compaesani tra i quali c’erano alcune anziane,bellissime, signore. Attaccammo con “Ninnella de Calimera” e ci accorgemmo che queste ci seguivano in coro, senza sbagliare una parola. Come potevano conoscere un canto tradizionale salentino,chiedemmo. Negli anni Quaranta e Cinquanta alcune famiglie leccesi si trasferirono in territorio palianese per lavorare in un tabacchificio. Lì si verificò uno scambio cultural-musicale Ciociaria-Salento i cui risultati sono giunti intatti fino a noi. Fatti come questi, o come la gioia provata dai nostri anziani nel riascoltare le “arie de ‘na vota” ci riempie di stimoli per proseguire sul cammino che abbiamo scelto.
  • Perché oggi si torna sempre più al popolare e alle tradizioni?
Forse perché il mondo è in una fase di mutamento non rapida ma fulminea rispetto ad altri periodi storici. Non sbagliò colui che definì il Novecento il “Secolo Breve”. Per guardare al futuro, dunque al regno dell’incerto, si ha bisogno di sicurezze, di una base d’appoggio da cui partire per evitare di fluttuare nell’ ignoto senza ancoraggi. Come è necessario conoscere se stessi a livello individuale, è altrettanto indispensabile per una comunità conoscere il proprio retroterra culturale. Solo così quella stessa comunità avrà speranze per andare ad arricchire l’Umanità intera.
  • Quali sono i progetti futuri degli HerniCantus?

Abbiamo in cantiere diversi progetti, speriamo di riparlarne a cose fatte. Parlando di tradizioni… un po’di sana scaramanzia non fa mai male 

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