Intervista ai ControCorente: ritornare alla vera romanità attraverso la musica

Sarà una serata unica nel suo genere la prima data di TerreInAzione. Una serata completamente dedicata alla musica romanesca. E dopo il teatro popolare dell’Osteria del Tempo Perso, spazio sul palco ai ControCorente, gruppo musicale romano che fa della tradizione della Città Eterna il suo punto di forza.

Abbiamo avuto un bella chiacchierata con Mauro Delle Donne, uno dei fondatori del gruppo.

– Chi sono i ControCorente?

I Controcorente sono un gruppo di amici, attualmente siamo in quattro. Ognuno di noi ha fatto percorsi musicali diversi, dal jazz al folk americano, fino a quando abbiamo deciso di confrontarci con la musica romana e di conseguenza con la sua storia e soprattutto con la sua lingua, di cui conserviamo soltanto una minima  conoscenza e che purtroppo rischia di sparire. tutto ciò, naturalmente, sempre nel rispetto degli strumenti tradizionali della nostra musica Roma. La ricerca, negli ultimi due anni, ci aveva portato ad inserire anche basso e percussioni, arrivando addirittura a 6 componenti, per tornare adesso ad essere un quartetto.

– Perché la musica romana?

Abbiamo scelto la musica romana perché ognuno porta con sé dei ricordi di questa musica, è quello che ci appartiene. È stato come ricostruire un puzzle; parte del nostro vissuto riguarda proprio questo, di conseguenza abbiamo cominciato a tirare fuori un repertorio che non fosse propriamente quello tradizionale: ci saranno nello spettacolo brani tradizionali, del dopoguerra ad esempio, ma anche brani appartenenti all’Ottocento, ripescati da un bagaglio molto più lontano. L’idea era quella di riportare all’attenzione un repertorio che non fa quasi più nessuno, seppur la scena culturale musicale romana negli ultimi anni sia cresciuta, sia nel campo del tradizionale sia in altri generi, ma sempre nel rispetto del dialetto e della lingua romana. Anche se essa, la lingua, è inevitabilmente cambiata e rimane più come intercalare che come lingua vera e propria.

 

– Perché Controcorente?

Controcorente, da una parte, riprende la famosa “Il barcarolo va … controcorente”. Rigorosamente con una erre.

ControCorente, per noi, è anche porsi in maniera non direi alternativa, ma, in un certo senso, riprendere la romanità e liberarla dallo stereotipo del romano “coatto” e basta. Da quell’intercalare stereotipato che può diventare fastidioso, che non rende giustizia all’animo romano, associato troppo facilmente (a causa anche di un certo tipo di cinematografia, senza voler criticare) al romano superficiale e volgare.  La figura del “bullo” fa sì parte della tradizione romana, la cantiamo anche nei nostri brani di malavita, ma lo stereotipo moderno non la esaurisce. Il romano è anche altro: genuinità, veracità, sincerità, anche quello che ti manda a quel paese in maniera diretta senza girarci troppo intorno, eh, però non necessariamente sboccato. In questo senso, i migliori esempi di romanità sono stati Aldo Fabbrizi, Alberto Sordi o Manfredi, che seppur ciociaro abbracciò Roma. Roma, insomma, non è solo “ma che ce frega ma che ce importa”, come la musica salentina non è solo la pizzica, ci sono i canti di lavoro, i canti polivocali etc… Bisogna invece imparare ad ascoltare, vestire in pieno i panni dello spettatore che accetta e cerca di capire quello che sta arrivando dal palco. Rispetto al passato è come se ci fosse meno disponibilità all’ascolto, c’è voglia di parlare, di dire la propria che non permette l’ascolto.

– La tradizione musicale romana ha un retaggio antico e prestigioso. Tuttavia, sembra quasi passare in sordina rispetto agli altri patrimoni musicali del Centro Sud Italia. Per quale motivo, secondo voi (ammesso che sia così)?

La musica popolare del Sud Italia, che è quella da cui è cominciata la mia esperienza musicale in questo campo (anche perché ho origini campane), è una musica catartica, i concerti sono vere manifestazioni di liberazione, che rispondono ad una necessità diffusa di voler “uscire fuori”, mentalmente e fisicamente.

La musica romana è legata ad una quotidianità che non c’è più, purtroppo: fino a 50-60 anni fa, nei quartieri popolari romani, vedi Trastevere, San Lorenzo, ad esempio, era consuetudine poter assistere a serenate o a saltarelli o vedere signori e signore attorno a qualche organetto. Secondo me, è venuto meno quell’humus da cui nasce la musica popolare romana, che invece è rimasta conservato, ad esempio, in Salento o in Calabria; a Roma mancano… i romani, sono venuti meno quei presupposti di territorialità che producevano la tradizione, come lo stornello, che è l’espressione più spontanea della musica romana (e non solo).

È vero che l’attenzione dalla fine degli anni ’90 in poi è cresciuta nei confronti delle musica popolare del Sud Italia, portando da una parte ad una riscoperta positiva, ma dall’altra fa sì che tutti si rapportino con capacità o meno a questa musica. La musica popolare romana, però, ha perso di più, ha mantenuto meno quell’aspetto di veracità rispetto alle altre tradizioni. Dovuti anche ai cambiamenti del tessuto cittadino e dei propri quartieri.

– Cosa è il popolare per te?

Per me, e credo di poter parlare a nome del gruppo, il popolare è qualsiasi espressione autentica e sincera dell’animo. Questo per me  è il popolare: qualsiasi moto artistico e creativo che nasce da dentro, dalle viscere. Ti dico questo perché la musica popolare, a differenza della musica colta, nasce dal basso, nasce dal popolo; si presuppone quindi che sia nata in contesti e da persone che vivono una quotidianità difficile, più problematica. La musica era un modo per liberarsi, un mezzo quasi catartico per affrancarsi per un momento dalla durezza delal vita di tutti i giorni. Qualsiasi modo spontaneo e autentico che venga da dentro per me è popolare.

 

-Quali sono i vostri progetti futuri?

Ci siamo concessi qualche mese di pausa, che ha portato al ripristino del nucleo originario della band. Da un paio di mesi ci siamo rimessi a lavorare su brani visti in passato, brani esplorati ma non definiti. Imamgino che saranno inseriti in un lavoro prossimo, l’idea è questa: fare un nuovo lavoro, su cui però non possiamo dire come tempistica.

 

-Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro concerto?

Un viaggio a tutto tondo nella musica romana. Dove si potrà ascoltare lo stornello, il canto di malavita o la vicenda politica dall’epilogo triste, sempre in chiave tradizionale, ma anche un concerto che guarda ad arrangiamenti particolari, nati dal fatto che ognuno di noi si porta dietro diversi passati musicali. Coniugare la tradizione con qualcosa di personale, per non diventare “museali”: non ci interessava riprodurre in maniera filologicamente corretta tutti i brani. C’è molto di tradizionale nell’uso degli strumenti o della voce, ma c’è anche del nostro, per personalizzare un pochettino i brani, per renderli più interessanti, soprattutto a noi (ride).

Alla fine, se credi veramente in ciò che senti e sei sincero in ciò che fai, questa cosa esce, viene fuori. Può essere apprezzato o meno, però sei vero, sei te stesso. È un presupposto fondamentale. Qui si ricollega la discorso del nostro concetto di popolare: riportiamo tutto il nostro bagaglio e le nostre esperienze dentro la musica.

 

 

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