Intervista alla Compagnia Lab Toc: un’Osteria, il teatro, il vino e il tempo perso

Non è la prima volta che Anagni ospita l’Osteria del Tempo Perso. Ma è sempre come fosse la prima volta, un’occasione importante per immergersi in un’atmosfera lontana e al contempo viva. 

Cosa dobbiamo aspettarci dall’Osteria del Tempo Perso ce lo spiega Monica Fiorentini, regista della Compagnia Laboratorio TOC. 

– Partiamo così, cosa significa teatro popolare? 

 

Il teatro dovrebbe essere sempre popolare, data la sua funzione sociale, è necessario che sia accessibile a tutti.  

Nel caso de “L’Osteria del tempo perso”, intendo riportare sulla scena la cultura popolare romana, un mondo che alcuni forse ricordano e che altri, più giovani, disconoscono, ma che vive e si rivela egualmente nello spirito della gente di Roma e dei suoi dintorni.

 

Cosa significa per te poter riportare in scena L’Osteria del Tempo Perso?



“L’osteria…” è un grande contenitore che può cambiare forma e contenuti,

interpreti e personaggi, ma per me significa, ogni volta che la rappresento, investire e approfondire l’eredità che mio padre, Fiorenzo Fiorentini,  ha lasciato, non solo a me ma anche al suo pubblico, di un certo modo  di concepire la romanità, troppo spesso involgarita, svalorizzata, banalizzata.


Chi sono i personaggi che si incontrano ne L’Osteria del Tempo Perso?

 

La terrazza della villa aristocratica della Marchesa, Donna Prassede Piccoloni dei Marchesi di San Gottardo Scassaquindici, affaccia sull’Osteria della Sora Sabella. La nobildonna, indegna del suo titolo in quanto a signorilità è del tutto inconsapevole della sua abissale ignoranza e s’intrattiene in amena conversazione con un duca ciarliero, acculturato e informatissimo sugli ultimi accadimenti mondani della capitale.

Al servizio della Marchesa, c’è un paggio astuto di nome Ciancicagnocchi per via del suo curioso difetto di pronuncia, che fa la spola tra la “Villa” e l’Osteria: è lui che ascolta le conversazioni dei due nobili e le riporta alla Sora Sabella e ai suoi avventori. Sabella è un’ostessa saggia e scanzonata, sempre pronta a dispensare consigli e rimedi contro tutti i malanni, compreso il “mal d’amore”.

Due punti di vista, quello degli ospiti del “palazzo” e quello dei frequentatori dell’osteria, due filosofie di vita, due mondi lontanissimi, che commentano gli stessi accadimenti: un contrappunto esilarante che si racconta attraverso una carrellata di curiosi personaggi, sonetti, filastrocche, stornelli che testimoniano la vitalità, il senso dell’umorismo e lo spirito profondamente popolare della romanità.

 


Tempo perso: quale tempo stiamo perdendo oggi?



L’ambientazione è ottocentesca, epoca in cui la vita aveva certamente altri ritmi e altri valori, oggi, nella frenesia che ci attanaglia, raramente riusciamo a ricavarci uno spazio di riflessione e condivisione, non virtuale, in un luogo d’incontro, non virtuale, e l’assenza di questo così detto “tempo perso” ci impoverisce, ci allontana dalle cose fondamentali della nostra vita.

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Intervista a Canto d’Inizio: l’energia e la bellezza della condivisione 

Sono passati ad Anagni un paio di anni fa. 

E, forse, vedere la risposta del pubblico al concerto energico e coinvolgente della Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO ha fatto sì che potesse essere pensato e creato un festival come TerreInAzione, un luogo dove d’estate poter liberarsi da qualsiasi cosa, dove poter ballare e suonare senza pensieri.

Ora la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO torna nella nostra città da protagonista: a lei è dedicata la serata di Sabato 5 Agosto. Li abbiamo raggiunti e, con molta gentilezza e disponibilità, si sono aperti alle nostre domande. 

 Da dove nasce la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO? 

La Piccola Orchestra ‘CANTO D’INIZIO’ nasce da una costola di ‘Rosso Popolare’: un gruppo attivo a Roma già nel 1975.

La nostra ricerca è concentrata soprattutto nel repertorio (vastissimo) delle musiche da ballo del centro sud Italia. Ovviamente, deve essere chiaro, senza la pretesa di riproporre nella stessa chiave i brani che decidiamo di riarrangiare, ma cercando di mantenere inalterato lo spirito con il quale vengono riproposti. Abbiamo arrangiato anche alcuni canti in particolare del Molise che  è una terra ricchissima di tradizioni e questi ultimi sono stati letteralmente raccolti sul campo attraverso registrazioni e conoscenze di alcuni vecchi cantori.

 Avete fatto delle collaborazioni con altri artisti uno dei vostri punti di forza. Cosa significa per voi poter lavorare con altri artisti? 

E’ vero, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con molti artisti, alcuni dei quali anche molto lontani dal mondo della musica della tradizione. Ad esempio Fiorella Mannoia con la quale per tre anni consecutivi abbiamo suonato per un progetto legato all’Africa. Progetto al quale partecipiamo insieme a Fiorella anche quest’anno. Abbiamo suonato con musicisti  di altre tradizioni popolari, non Italiane, come Il cantante e musicista berbero Nour Eddine  Fatty e con il percussionista Haitiano Atissou Loko per citarne alcuni. Lavorare con artisti di altre provenienze stilistiche, ma soprattutto di altre culture, arricchisce enormemente  l’intero ensamble. I momenti di improvvisazione e di alchimia musicale che si creano durante l’esibizione sono sempre unici ed irripetibili ed ogni concerto è una storia a se. 

– Cosa dobbiamo aspettarci da questo incontro con Baba Sissoko? 

Babà Sissoko lo abbiamo conosciuto proprio durante un concerto con Fiorella ed è stato meraviglioso poter mescolare il pop italiano, la musica popolare italiana ed i ritmi e i canti dei  griot di Babà. Cosa vi dovete aspettare? Soprattutto gioia e divertimento, ma anche la sensazione forte  di  energia e di bellezza, che solo la condivisione di esperienze diverse può restituire attraverso la conoscenza reciproca.

come sempre chiudiamo così: cosa significa per voi “popolare”?

La definizione di ‘musica popolare’ ci va stretta, anzi strettissima. Lasciamo ai veri ricercatori (se ancora ce ne sono) di tramandare in senso stretto le tradizioni. Noi ci limitiamo a prendere lo spunto dalle nostre radici per fare della musica.

INTERVISTA A COTULA DANZE POPOLARI: “IENTO”, o COME PARLARSI A PASSI DI VENTO

Siamo andati ad intervistare Samanta Chiavarelli e Monica Fiorentini, rispettivamente coreografa e regista del nuovo spettacolo realizzato dal gruppo Cotula Danze Popolari, intitolato “Iento“, che debutterà al Festival TerreInAzione Sabato 5 Agosto alle ore 21.15 (Piazza Giovanni Paolo II).

La performance continua la strada segnata dalla produzione precedente, “Ousia”, in una ricerca che si interroga sul ruolo e sull’importanza delle danze popolari nel contesto moderno; e se in Ousia, la danza diviene strumento per guardarsi dentro, in Iento diventa mezzo per ristabilire un contatto con gli altri.

Cosa vi ha portate a questa nuova produzione?

Lo scorso anno siamo partiti dalle origini della danza popolare, la vita contadina e quella pastorale, per ritrovarne l’essenza “Ousia”e riconoscerne la funzione catartica e terapeutica. Quest’anno siamo partite dall’oggi, dalla difficoltà di comunicare davvero, senza l’ausilio dei social che finiscono per aumentare la distanza, creare il distacco e intensificare le incomprensioni. Un mondo virtuale, quello odierno, che uccide il corpo e le sue sensazioni a beneficio della mente e delle sue nevrosi. La Danza Popolare avendo un codice davvero limitato e garantendo quindi maggiore libertà di espressione, contaminata e non imprigionata in una errata idea di tradizione, può ridare vita al nostro corpo, stimolare l’espressività e migliorare la comunicazione tra le anime; le persone che vi si approcciano rimangono quasi sorprese nel sentire che il proprio corpo esiste e può danzare.

Cosa significa IENTO ?

IENTO è una parola inventata che assomiglia ad altre parole (vento, o jentu in salentino) e che ha un vago sapore dialettale, i dialetti hanno la grande capacità di spiegare con un unico termine svariate sensazioni, ma al contempo non volevamo un termine che identificasse troppo un unico luogo di appartenenza .  IENTO è una “presenza”, un elemento che interviene al colmo del disagio umano per “cambiare aria” , come si fa nella camera di un malato che ha passato la notte e finalmente è fuori pericolo verso la guarigione. Abbiamo voluto incarnarlo in una danzatrice che passando tra gli uomini e le loro follie come una folata, un refolo, un soffio o una tempesta,  cambia l’umore, spazza via le emozioni negative e fa ritrovare la relazione con se stessi e l’esigenza di una relazione “semplice” con gli altri. E di nuovo la danza popolare diventa un viatico per l’incontro e la condivisione.

-Che relazione c’è tra la danza e il popolare ?

La relazione tra” Danza”, espressione corporea,  e “Popolare”, espressione del luogo di appartenza del corpo,  è che entrambe parlano di noi, del luogo in cui è radicato il nostro essere,  della nostra esigenza di comunicare verità e la verità è nel corpo.

Dove nasce e dove va TerreInAzione ?

“Terre in Azione” nasce da un gruppo esiguo di persone che hanno sentito il bisogno di risvegliare le proprie radici affinché possano prolificare estendersi e intrecciarsi con quelle di popoli vicini e lontani. L’impellenza di far partire un’energia che come una forza centrifuga, come un benefico contagio, viaggi veloce e raggiunga prima i dintorni e poi terre lontane, per mescolare esperienza e arricchire la cultura di ciascuno. Dove vuole arrivare?  Potremmo dire che il punto di partenza e la meta sono la stessa cosa

 

Mostra “Anagni nel Tempo” di Ivan Quiselli 

Ingresso Gratuito

Durante il Festival TerreInAzione, sarà possibile  effettuare un vero e proprio viaggio della memoria nella Anagni passata.
Questo grazie alla mostra fotografica “Anagni nel Tempo“, curata da Ivan Quiselli, che sarà allestita nella Sala Della Colonna in Largo Tommaso Gismondi.
L’esposizione fotografica sarà l’occasione per ammirare un’Anagni diversa, antica, ma comunque viva nella memoria storica di questa nostra città, immortalata nelle immagini fotografiche che vanno dagli anni di fine Ottocento agli anni Ottanta.