Intervista a Nando Brusco: il tamburo è la mia voce e la voce della mia terra

Nella ricca giornata di sabato 5 Agosto, nel programma di Terre In Azione, il cartellone verrà aperto da una performance unica nel suo genere. Sarà un cantastorie ad introdurvi nella seconda giornata di festival, Nando Brusco, calabrese: che con il suo tamburo e le sue storie saprà trasportarvi in un passato evocativo e sacrale, che ci racconta chi siamo e da dove veniamo

 

– Cominciamo così: ci racconti chi è Nando Brusco?

Ci sono due binari per capire da dove vengo. Uno è il percorso di studi che ho fatto, un percorso anche esistenziale: vengo da un ambiente rurale, una dimensione di terra e di campagna che è stata riscoperta quando ho incontrato l’antropologia culturale, la quale mi ha dato la possibilità di guardare al mio vissuto con occhio diverso. Dando un valore diverso a tutta una serie di eventi, rituali, situazioni (la mietitura, la zappa, gli animali), storie ascoltate da mia nonna al braciere. Quando ho capito che faceva parte di un processo di inculturazione mi ha dato maggiore consapevolezza di me stesso.

Il secondo binario è quello più artistico, legato al primo. Da piccolo, ho imparato a danzare la tarantella, diventando quasi una mascotte del paese, danzando in matrimoni e feste di paese (ride). Ma ciò me lo sono portato dietro, fino a che la mia prima forma di espressione artistica è stata proprio come ballerino di un gruppo etnico. Il leader di questo gruppo, che è stato in fondo il mio primo maestro in ambito di spettacolo, mi domandò: “perché questo ritmo che hai dentro non lo metti sul tamburo?” Provando mi sono reso conto che era facile per me, forse perché quel ritmo lo avevo interiorizzato da tempo proprio attraverso la adnza. Ho cominciato col tamburello e non mi sono mai fermato; ho cominciato tardi, intorno ai 20 anni, non sono uno di quei fenomeni che a 5 anni già suonano, però quel tempo precedente il ritmo lo avevo fatto mio fisicamente con la danza.

 – Cosa ti ha portato ad avvicinarti alla figura del cantastorie?

Dopo aver suonato con la band del mio maestro, ho formato il mio trio, che si chiamava Nagrù, con il quale siamo andati molti in giro. Alla fine, il cerchio si è chiuso: ci siamo accorti, nelle nostre tournée che la direzione del contesto era quella del “voler far ballare” a prescindere, i testi delle canzoni non importavano a nessuno, gli aspetti di ricerca che potevano essere dietro ad un gruppo di musica popolare men che non ti dica, l’obiettivo era far ballare la piazza. Ciò ha fatto sì che il trio si sciogliesse e ho cominciato a dovermi muovere da solo.

Cosa mi rimaneva: la mia capacità di racconto; già prima i miei concerti non erano solo una scaletta di brani, ma avevano un filo conduttore, come per esempio “‘Na nascita, na muria, na cantata”.  Qui ho unito la mia passione con i miei studi, in cui i concerti contenevano una ricerca sui canti, sulla poesia dialettale, etc,

La mia attenzione si è quindi spostata sulla figura del cantastorie, allontanandomi magari da grandi piazze e grandi festival, ma cercando quelle situazioni in cui poter continuare a portare avanti, un messaggio, un racconto. Questo lavoro l’ho fatto dapprima con Amuri di calabria, in cui erano presenti e venivano suonati tutti gli strumenti (zampogna chitarra organetto), per poi fare un ulteriore passo: ho capito che il mio strumento è il tamburo. Mi sono messo a studiare esclusivamente quello, l’ho sviscerato nella ricerca dei suoni nei miei viaggi a Palermo, Napoli, Roma attraverso i maestri di questo strumento fino a quando ho deciso di costruirmi un mio modo di lavorare su di esso, di unire la voce al tamburo in maniera originale e particolare. Ed è venuto fuori Tamburo è voce, prodotto da Teatro Proskenion, che ha accettato la mia folle idea, quando nessuna etichetta mi dava credito.

– Chi è il cantastorie?

Stando alle definizioni standard, io non potrei essere un cantastorie, perché non uso i cartelloni, non suono la chitarra e nella costruzioni e nel processo creativo dei brani non uso degli stilemi direttamente riconducibili ai cantastorie. Però questo penso sia abbastanza riduttivo. Ciò che contraddistingue un cantastorie è la sua capacità di raccontare dei fatti, storie realmente accadute, leggende o semplici fatti di cronaca attraverso la forma canzone, nelle sue numerose varianti espressive. Cantastorie è colui che da solo, con o senza cartelloni o chitarra, attraverso strumento e voce riesce a riportare nella sua performance un fatto, una storia, un cunto, una leggenda. Per la mia forma mentis, poi, io riesco a cantare più il passato che il presente, mentre altri dicono che il cantastorie oggi dovrebbe riuscire a cantare la contemporaneità, quello che avviene, e quindi riuscire a competere con tutti gli organi di informazione che insistono sulla società di oggi e trovare uno spazio per raccontare di Aleppo, dei migranti, o di altro a livello politico. Io per identità e costruzione del mio percorso di studi questo non lo faccio, o meglio: cerco di arrivare allo stesso risultato parlando di ciò che siamo stati, di ciò che siamo ora attraverso le vicende che hanno contraddistinto la nostra storia e il nostro passato; a me piace più parlare dei fatti di Melissa (ndi, 1949) che non di quello che avviene oggi, perché non posso competere, che ne so, con Bruno Vespa su tali questioni e anche perché voglio porre l’accento su alcuni poeti dialettali, ad esempio, che hanno messo in luce le nefandezze dell’Unità d’Italia che nessuno conosce; io porto a testimonianza di ciò quello che scritto Antonio Martino nel 1874, uno dei tanti personaggi che ha messo nero su bianco che il processo di unificazione nazionale ha tradito tutte le promesse fatte; io vi dico che la Calabria non è vero che ha sempre accettato passivamente tutte le storture e porto le testimonianze. Mi interessa questo tipo di lavoro.

– Qual è il tuo rapporto con il tamburo?

Il percorso che ho fatto e che voglio continuare a fare sul tamburo vede questo strumento come uno strumento per fare musica, non uno strumento squisitamente ritmico. Il mio utilizzo non va verso il virtuosismo, verso la ricerca di una tecnica difficilissima presa da chissà che parte del mondo e riportarla sul tamburo… sono tutte ricerche meritevoli, nelle quali conosco maestri e tamburellisti egregi e molto ma molto più bravi di me. Però io faccio un discorso diverso: io voglio dare spazio a quella parte ancestrale, sacra, evocativa che questo strumento porta; in maniera forse più romanzesca e romanzata vorrei scoprire le possibilità espressive di questo strumento, la voce del tamburo. E attraverso questi tocchi e questi suoni evocare delle immagini, questo è il fine del mio spettacolo e del mio utilizzo del tamburo. Ne faccio una questione di emozione del suono, non di mera esecuzione.

 

– Cosa è il popolare per Nando Brusco?

Personalmente ed emozionalmente, è stato sicuramente un elemento di costruzione della mia identità. Io sono arrivato a 39 anni anche grazie alla scoperta, alla partecipazione, allo studio di questo mondo della cultura popolare, che è vastamente inteso. La cultura popolare la intendo come cultura, innanzitutto, dal punto di vista antropologico: quindi non come somma di saperi, non come somma di erudizione, perché evidentemente i contadini non conoscevano il latino o Dante, ma sono portatori di concezioni del mondo e della vita, di valori, che veicolano attraverso i proverbi, ad esempio. Questa partecipazione a tale mondo nel quale ho vissuto, insieme allo studio di questo mondo anche attraverso e attraverso la mia ricerca nel campo coreutico-musicale mi hanno permesso di focalizzare l’attenzione sulla mia identità in questo contesto: io faccio parte di una comunità, che ha radici storico culturali che ha partecipato a rituali che rifondano la comunità in cui vivo (come le feste patronali)… il mondo del popolare mi ha permesso di avere coscienza di chi sono, da dove vengo, anche come calabrese.

 

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