Intervista a Nando Brusco: il tamburo è la mia voce e la voce della mia terra

Nella ricca giornata di sabato 5 Agosto, nel programma di Terre In Azione, il cartellone verrà aperto da una performance unica nel suo genere. Sarà un cantastorie ad introdurvi nella seconda giornata di festival, Nando Brusco, calabrese: che con il suo tamburo e le sue storie saprà trasportarvi in un passato evocativo e sacrale, che ci racconta chi siamo e da dove veniamo

 

– Cominciamo così: ci racconti chi è Nando Brusco?

Ci sono due binari per capire da dove vengo. Uno è il percorso di studi che ho fatto, un percorso anche esistenziale: vengo da un ambiente rurale, una dimensione di terra e di campagna che è stata riscoperta quando ho incontrato l’antropologia culturale, la quale mi ha dato la possibilità di guardare al mio vissuto con occhio diverso. Dando un valore diverso a tutta una serie di eventi, rituali, situazioni (la mietitura, la zappa, gli animali), storie ascoltate da mia nonna al braciere. Quando ho capito che faceva parte di un processo di inculturazione mi ha dato maggiore consapevolezza di me stesso.

Il secondo binario è quello più artistico, legato al primo. Da piccolo, ho imparato a danzare la tarantella, diventando quasi una mascotte del paese, danzando in matrimoni e feste di paese (ride). Ma ciò me lo sono portato dietro, fino a che la mia prima forma di espressione artistica è stata proprio come ballerino di un gruppo etnico. Il leader di questo gruppo, che è stato in fondo il mio primo maestro in ambito di spettacolo, mi domandò: “perché questo ritmo che hai dentro non lo metti sul tamburo?” Provando mi sono reso conto che era facile per me, forse perché quel ritmo lo avevo interiorizzato da tempo proprio attraverso la adnza. Ho cominciato col tamburello e non mi sono mai fermato; ho cominciato tardi, intorno ai 20 anni, non sono uno di quei fenomeni che a 5 anni già suonano, però quel tempo precedente il ritmo lo avevo fatto mio fisicamente con la danza.

 – Cosa ti ha portato ad avvicinarti alla figura del cantastorie?

Dopo aver suonato con la band del mio maestro, ho formato il mio trio, che si chiamava Nagrù, con il quale siamo andati molti in giro. Alla fine, il cerchio si è chiuso: ci siamo accorti, nelle nostre tournée che la direzione del contesto era quella del “voler far ballare” a prescindere, i testi delle canzoni non importavano a nessuno, gli aspetti di ricerca che potevano essere dietro ad un gruppo di musica popolare men che non ti dica, l’obiettivo era far ballare la piazza. Ciò ha fatto sì che il trio si sciogliesse e ho cominciato a dovermi muovere da solo.

Cosa mi rimaneva: la mia capacità di racconto; già prima i miei concerti non erano solo una scaletta di brani, ma avevano un filo conduttore, come per esempio “‘Na nascita, na muria, na cantata”.  Qui ho unito la mia passione con i miei studi, in cui i concerti contenevano una ricerca sui canti, sulla poesia dialettale, etc,

La mia attenzione si è quindi spostata sulla figura del cantastorie, allontanandomi magari da grandi piazze e grandi festival, ma cercando quelle situazioni in cui poter continuare a portare avanti, un messaggio, un racconto. Questo lavoro l’ho fatto dapprima con Amuri di calabria, in cui erano presenti e venivano suonati tutti gli strumenti (zampogna chitarra organetto), per poi fare un ulteriore passo: ho capito che il mio strumento è il tamburo. Mi sono messo a studiare esclusivamente quello, l’ho sviscerato nella ricerca dei suoni nei miei viaggi a Palermo, Napoli, Roma attraverso i maestri di questo strumento fino a quando ho deciso di costruirmi un mio modo di lavorare su di esso, di unire la voce al tamburo in maniera originale e particolare. Ed è venuto fuori Tamburo è voce, prodotto da Teatro Proskenion, che ha accettato la mia folle idea, quando nessuna etichetta mi dava credito.

– Chi è il cantastorie?

Stando alle definizioni standard, io non potrei essere un cantastorie, perché non uso i cartelloni, non suono la chitarra e nella costruzioni e nel processo creativo dei brani non uso degli stilemi direttamente riconducibili ai cantastorie. Però questo penso sia abbastanza riduttivo. Ciò che contraddistingue un cantastorie è la sua capacità di raccontare dei fatti, storie realmente accadute, leggende o semplici fatti di cronaca attraverso la forma canzone, nelle sue numerose varianti espressive. Cantastorie è colui che da solo, con o senza cartelloni o chitarra, attraverso strumento e voce riesce a riportare nella sua performance un fatto, una storia, un cunto, una leggenda. Per la mia forma mentis, poi, io riesco a cantare più il passato che il presente, mentre altri dicono che il cantastorie oggi dovrebbe riuscire a cantare la contemporaneità, quello che avviene, e quindi riuscire a competere con tutti gli organi di informazione che insistono sulla società di oggi e trovare uno spazio per raccontare di Aleppo, dei migranti, o di altro a livello politico. Io per identità e costruzione del mio percorso di studi questo non lo faccio, o meglio: cerco di arrivare allo stesso risultato parlando di ciò che siamo stati, di ciò che siamo ora attraverso le vicende che hanno contraddistinto la nostra storia e il nostro passato; a me piace più parlare dei fatti di Melissa (ndi, 1949) che non di quello che avviene oggi, perché non posso competere, che ne so, con Bruno Vespa su tali questioni e anche perché voglio porre l’accento su alcuni poeti dialettali, ad esempio, che hanno messo in luce le nefandezze dell’Unità d’Italia che nessuno conosce; io porto a testimonianza di ciò quello che scritto Antonio Martino nel 1874, uno dei tanti personaggi che ha messo nero su bianco che il processo di unificazione nazionale ha tradito tutte le promesse fatte; io vi dico che la Calabria non è vero che ha sempre accettato passivamente tutte le storture e porto le testimonianze. Mi interessa questo tipo di lavoro.

– Qual è il tuo rapporto con il tamburo?

Il percorso che ho fatto e che voglio continuare a fare sul tamburo vede questo strumento come uno strumento per fare musica, non uno strumento squisitamente ritmico. Il mio utilizzo non va verso il virtuosismo, verso la ricerca di una tecnica difficilissima presa da chissà che parte del mondo e riportarla sul tamburo… sono tutte ricerche meritevoli, nelle quali conosco maestri e tamburellisti egregi e molto ma molto più bravi di me. Però io faccio un discorso diverso: io voglio dare spazio a quella parte ancestrale, sacra, evocativa che questo strumento porta; in maniera forse più romanzesca e romanzata vorrei scoprire le possibilità espressive di questo strumento, la voce del tamburo. E attraverso questi tocchi e questi suoni evocare delle immagini, questo è il fine del mio spettacolo e del mio utilizzo del tamburo. Ne faccio una questione di emozione del suono, non di mera esecuzione.

 

– Cosa è il popolare per Nando Brusco?

Personalmente ed emozionalmente, è stato sicuramente un elemento di costruzione della mia identità. Io sono arrivato a 39 anni anche grazie alla scoperta, alla partecipazione, allo studio di questo mondo della cultura popolare, che è vastamente inteso. La cultura popolare la intendo come cultura, innanzitutto, dal punto di vista antropologico: quindi non come somma di saperi, non come somma di erudizione, perché evidentemente i contadini non conoscevano il latino o Dante, ma sono portatori di concezioni del mondo e della vita, di valori, che veicolano attraverso i proverbi, ad esempio. Questa partecipazione a tale mondo nel quale ho vissuto, insieme allo studio di questo mondo anche attraverso e attraverso la mia ricerca nel campo coreutico-musicale mi hanno permesso di focalizzare l’attenzione sulla mia identità in questo contesto: io faccio parte di una comunità, che ha radici storico culturali che ha partecipato a rituali che rifondano la comunità in cui vivo (come le feste patronali)… il mondo del popolare mi ha permesso di avere coscienza di chi sono, da dove vengo, anche come calabrese.

 

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Intervista ai ControCorente: ritornare alla vera romanità attraverso la musica

Sarà una serata unica nel suo genere la prima data di TerreInAzione. Una serata completamente dedicata alla musica romanesca. E dopo il teatro popolare dell’Osteria del Tempo Perso, spazio sul palco ai ControCorente, gruppo musicale romano che fa della tradizione della Città Eterna il suo punto di forza.

Abbiamo avuto un bella chiacchierata con Mauro Delle Donne, uno dei fondatori del gruppo.

– Chi sono i ControCorente?

I Controcorente sono un gruppo di amici, attualmente siamo in quattro. Ognuno di noi ha fatto percorsi musicali diversi, dal jazz al folk americano, fino a quando abbiamo deciso di confrontarci con la musica romana e di conseguenza con la sua storia e soprattutto con la sua lingua, di cui conserviamo soltanto una minima  conoscenza e che purtroppo rischia di sparire. tutto ciò, naturalmente, sempre nel rispetto degli strumenti tradizionali della nostra musica Roma. La ricerca, negli ultimi due anni, ci aveva portato ad inserire anche basso e percussioni, arrivando addirittura a 6 componenti, per tornare adesso ad essere un quartetto.

– Perché la musica romana?

Abbiamo scelto la musica romana perché ognuno porta con sé dei ricordi di questa musica, è quello che ci appartiene. È stato come ricostruire un puzzle; parte del nostro vissuto riguarda proprio questo, di conseguenza abbiamo cominciato a tirare fuori un repertorio che non fosse propriamente quello tradizionale: ci saranno nello spettacolo brani tradizionali, del dopoguerra ad esempio, ma anche brani appartenenti all’Ottocento, ripescati da un bagaglio molto più lontano. L’idea era quella di riportare all’attenzione un repertorio che non fa quasi più nessuno, seppur la scena culturale musicale romana negli ultimi anni sia cresciuta, sia nel campo del tradizionale sia in altri generi, ma sempre nel rispetto del dialetto e della lingua romana. Anche se essa, la lingua, è inevitabilmente cambiata e rimane più come intercalare che come lingua vera e propria.

 

– Perché Controcorente?

Controcorente, da una parte, riprende la famosa “Il barcarolo va … controcorente”. Rigorosamente con una erre.

ControCorente, per noi, è anche porsi in maniera non direi alternativa, ma, in un certo senso, riprendere la romanità e liberarla dallo stereotipo del romano “coatto” e basta. Da quell’intercalare stereotipato che può diventare fastidioso, che non rende giustizia all’animo romano, associato troppo facilmente (a causa anche di un certo tipo di cinematografia, senza voler criticare) al romano superficiale e volgare.  La figura del “bullo” fa sì parte della tradizione romana, la cantiamo anche nei nostri brani di malavita, ma lo stereotipo moderno non la esaurisce. Il romano è anche altro: genuinità, veracità, sincerità, anche quello che ti manda a quel paese in maniera diretta senza girarci troppo intorno, eh, però non necessariamente sboccato. In questo senso, i migliori esempi di romanità sono stati Aldo Fabbrizi, Alberto Sordi o Manfredi, che seppur ciociaro abbracciò Roma. Roma, insomma, non è solo “ma che ce frega ma che ce importa”, come la musica salentina non è solo la pizzica, ci sono i canti di lavoro, i canti polivocali etc… Bisogna invece imparare ad ascoltare, vestire in pieno i panni dello spettatore che accetta e cerca di capire quello che sta arrivando dal palco. Rispetto al passato è come se ci fosse meno disponibilità all’ascolto, c’è voglia di parlare, di dire la propria che non permette l’ascolto.

– La tradizione musicale romana ha un retaggio antico e prestigioso. Tuttavia, sembra quasi passare in sordina rispetto agli altri patrimoni musicali del Centro Sud Italia. Per quale motivo, secondo voi (ammesso che sia così)?

La musica popolare del Sud Italia, che è quella da cui è cominciata la mia esperienza musicale in questo campo (anche perché ho origini campane), è una musica catartica, i concerti sono vere manifestazioni di liberazione, che rispondono ad una necessità diffusa di voler “uscire fuori”, mentalmente e fisicamente.

La musica romana è legata ad una quotidianità che non c’è più, purtroppo: fino a 50-60 anni fa, nei quartieri popolari romani, vedi Trastevere, San Lorenzo, ad esempio, era consuetudine poter assistere a serenate o a saltarelli o vedere signori e signore attorno a qualche organetto. Secondo me, è venuto meno quell’humus da cui nasce la musica popolare romana, che invece è rimasta conservato, ad esempio, in Salento o in Calabria; a Roma mancano… i romani, sono venuti meno quei presupposti di territorialità che producevano la tradizione, come lo stornello, che è l’espressione più spontanea della musica romana (e non solo).

È vero che l’attenzione dalla fine degli anni ’90 in poi è cresciuta nei confronti delle musica popolare del Sud Italia, portando da una parte ad una riscoperta positiva, ma dall’altra fa sì che tutti si rapportino con capacità o meno a questa musica. La musica popolare romana, però, ha perso di più, ha mantenuto meno quell’aspetto di veracità rispetto alle altre tradizioni. Dovuti anche ai cambiamenti del tessuto cittadino e dei propri quartieri.

– Cosa è il popolare per te?

Per me, e credo di poter parlare a nome del gruppo, il popolare è qualsiasi espressione autentica e sincera dell’animo. Questo per me  è il popolare: qualsiasi moto artistico e creativo che nasce da dentro, dalle viscere. Ti dico questo perché la musica popolare, a differenza della musica colta, nasce dal basso, nasce dal popolo; si presuppone quindi che sia nata in contesti e da persone che vivono una quotidianità difficile, più problematica. La musica era un modo per liberarsi, un mezzo quasi catartico per affrancarsi per un momento dalla durezza delal vita di tutti i giorni. Qualsiasi modo spontaneo e autentico che venga da dentro per me è popolare.

 

-Quali sono i vostri progetti futuri?

Ci siamo concessi qualche mese di pausa, che ha portato al ripristino del nucleo originario della band. Da un paio di mesi ci siamo rimessi a lavorare su brani visti in passato, brani esplorati ma non definiti. Imamgino che saranno inseriti in un lavoro prossimo, l’idea è questa: fare un nuovo lavoro, su cui però non possiamo dire come tempistica.

 

-Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro concerto?

Un viaggio a tutto tondo nella musica romana. Dove si potrà ascoltare lo stornello, il canto di malavita o la vicenda politica dall’epilogo triste, sempre in chiave tradizionale, ma anche un concerto che guarda ad arrangiamenti particolari, nati dal fatto che ognuno di noi si porta dietro diversi passati musicali. Coniugare la tradizione con qualcosa di personale, per non diventare “museali”: non ci interessava riprodurre in maniera filologicamente corretta tutti i brani. C’è molto di tradizionale nell’uso degli strumenti o della voce, ma c’è anche del nostro, per personalizzare un pochettino i brani, per renderli più interessanti, soprattutto a noi (ride).

Alla fine, se credi veramente in ciò che senti e sei sincero in ciò che fai, questa cosa esce, viene fuori. Può essere apprezzato o meno, però sei vero, sei te stesso. È un presupposto fondamentale. Qui si ricollega la discorso del nostro concetto di popolare: riportiamo tutto il nostro bagaglio e le nostre esperienze dentro la musica.

 

 

Intervista alla Compagnia Lab Toc: un’Osteria, il teatro, il vino e il tempo perso

Non è la prima volta che Anagni ospita l’Osteria del Tempo Perso. Ma è sempre come fosse la prima volta, un’occasione importante per immergersi in un’atmosfera lontana e al contempo viva. 

Cosa dobbiamo aspettarci dall’Osteria del Tempo Perso ce lo spiega Monica Fiorentini, regista della Compagnia Laboratorio TOC. 

– Partiamo così, cosa significa teatro popolare? 

 

Il teatro dovrebbe essere sempre popolare, data la sua funzione sociale, è necessario che sia accessibile a tutti.  

Nel caso de “L’Osteria del tempo perso”, intendo riportare sulla scena la cultura popolare romana, un mondo che alcuni forse ricordano e che altri, più giovani, disconoscono, ma che vive e si rivela egualmente nello spirito della gente di Roma e dei suoi dintorni.

 

Cosa significa per te poter riportare in scena L’Osteria del Tempo Perso?



“L’osteria…” è un grande contenitore che può cambiare forma e contenuti,

interpreti e personaggi, ma per me significa, ogni volta che la rappresento, investire e approfondire l’eredità che mio padre, Fiorenzo Fiorentini,  ha lasciato, non solo a me ma anche al suo pubblico, di un certo modo  di concepire la romanità, troppo spesso involgarita, svalorizzata, banalizzata.


Chi sono i personaggi che si incontrano ne L’Osteria del Tempo Perso?

 

La terrazza della villa aristocratica della Marchesa, Donna Prassede Piccoloni dei Marchesi di San Gottardo Scassaquindici, affaccia sull’Osteria della Sora Sabella. La nobildonna, indegna del suo titolo in quanto a signorilità è del tutto inconsapevole della sua abissale ignoranza e s’intrattiene in amena conversazione con un duca ciarliero, acculturato e informatissimo sugli ultimi accadimenti mondani della capitale.

Al servizio della Marchesa, c’è un paggio astuto di nome Ciancicagnocchi per via del suo curioso difetto di pronuncia, che fa la spola tra la “Villa” e l’Osteria: è lui che ascolta le conversazioni dei due nobili e le riporta alla Sora Sabella e ai suoi avventori. Sabella è un’ostessa saggia e scanzonata, sempre pronta a dispensare consigli e rimedi contro tutti i malanni, compreso il “mal d’amore”.

Due punti di vista, quello degli ospiti del “palazzo” e quello dei frequentatori dell’osteria, due filosofie di vita, due mondi lontanissimi, che commentano gli stessi accadimenti: un contrappunto esilarante che si racconta attraverso una carrellata di curiosi personaggi, sonetti, filastrocche, stornelli che testimoniano la vitalità, il senso dell’umorismo e lo spirito profondamente popolare della romanità.

 


Tempo perso: quale tempo stiamo perdendo oggi?



L’ambientazione è ottocentesca, epoca in cui la vita aveva certamente altri ritmi e altri valori, oggi, nella frenesia che ci attanaglia, raramente riusciamo a ricavarci uno spazio di riflessione e condivisione, non virtuale, in un luogo d’incontro, non virtuale, e l’assenza di questo così detto “tempo perso” ci impoverisce, ci allontana dalle cose fondamentali della nostra vita.

Intervista a Canto d’Inizio: l’energia e la bellezza della condivisione 

Sono passati ad Anagni un paio di anni fa. 

E, forse, vedere la risposta del pubblico al concerto energico e coinvolgente della Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO ha fatto sì che potesse essere pensato e creato un festival come TerreInAzione, un luogo dove d’estate poter liberarsi da qualsiasi cosa, dove poter ballare e suonare senza pensieri.

Ora la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO torna nella nostra città da protagonista: a lei è dedicata la serata di Sabato 5 Agosto. Li abbiamo raggiunti e, con molta gentilezza e disponibilità, si sono aperti alle nostre domande. 

 Da dove nasce la Piccola Orchestra Popolare CANTO D’INIZIO? 

La Piccola Orchestra ‘CANTO D’INIZIO’ nasce da una costola di ‘Rosso Popolare’: un gruppo attivo a Roma già nel 1975.

La nostra ricerca è concentrata soprattutto nel repertorio (vastissimo) delle musiche da ballo del centro sud Italia. Ovviamente, deve essere chiaro, senza la pretesa di riproporre nella stessa chiave i brani che decidiamo di riarrangiare, ma cercando di mantenere inalterato lo spirito con il quale vengono riproposti. Abbiamo arrangiato anche alcuni canti in particolare del Molise che  è una terra ricchissima di tradizioni e questi ultimi sono stati letteralmente raccolti sul campo attraverso registrazioni e conoscenze di alcuni vecchi cantori.

 Avete fatto delle collaborazioni con altri artisti uno dei vostri punti di forza. Cosa significa per voi poter lavorare con altri artisti? 

E’ vero, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con molti artisti, alcuni dei quali anche molto lontani dal mondo della musica della tradizione. Ad esempio Fiorella Mannoia con la quale per tre anni consecutivi abbiamo suonato per un progetto legato all’Africa. Progetto al quale partecipiamo insieme a Fiorella anche quest’anno. Abbiamo suonato con musicisti  di altre tradizioni popolari, non Italiane, come Il cantante e musicista berbero Nour Eddine  Fatty e con il percussionista Haitiano Atissou Loko per citarne alcuni. Lavorare con artisti di altre provenienze stilistiche, ma soprattutto di altre culture, arricchisce enormemente  l’intero ensamble. I momenti di improvvisazione e di alchimia musicale che si creano durante l’esibizione sono sempre unici ed irripetibili ed ogni concerto è una storia a se. 

– Cosa dobbiamo aspettarci da questo incontro con Baba Sissoko? 

Babà Sissoko lo abbiamo conosciuto proprio durante un concerto con Fiorella ed è stato meraviglioso poter mescolare il pop italiano, la musica popolare italiana ed i ritmi e i canti dei  griot di Babà. Cosa vi dovete aspettare? Soprattutto gioia e divertimento, ma anche la sensazione forte  di  energia e di bellezza, che solo la condivisione di esperienze diverse può restituire attraverso la conoscenza reciproca.

come sempre chiudiamo così: cosa significa per voi “popolare”?

La definizione di ‘musica popolare’ ci va stretta, anzi strettissima. Lasciamo ai veri ricercatori (se ancora ce ne sono) di tramandare in senso stretto le tradizioni. Noi ci limitiamo a prendere lo spunto dalle nostre radici per fare della musica.

INTERVISTA A COTULA DANZE POPOLARI: “IENTO”, o COME PARLARSI A PASSI DI VENTO

Siamo andati ad intervistare Samanta Chiavarelli e Monica Fiorentini, rispettivamente coreografa e regista del nuovo spettacolo realizzato dal gruppo Cotula Danze Popolari, intitolato “Iento“, che debutterà al Festival TerreInAzione Sabato 5 Agosto alle ore 21.15 (Piazza Giovanni Paolo II).

La performance continua la strada segnata dalla produzione precedente, “Ousia”, in una ricerca che si interroga sul ruolo e sull’importanza delle danze popolari nel contesto moderno; e se in Ousia, la danza diviene strumento per guardarsi dentro, in Iento diventa mezzo per ristabilire un contatto con gli altri.

Cosa vi ha portate a questa nuova produzione?

Lo scorso anno siamo partiti dalle origini della danza popolare, la vita contadina e quella pastorale, per ritrovarne l’essenza “Ousia”e riconoscerne la funzione catartica e terapeutica. Quest’anno siamo partite dall’oggi, dalla difficoltà di comunicare davvero, senza l’ausilio dei social che finiscono per aumentare la distanza, creare il distacco e intensificare le incomprensioni. Un mondo virtuale, quello odierno, che uccide il corpo e le sue sensazioni a beneficio della mente e delle sue nevrosi. La Danza Popolare avendo un codice davvero limitato e garantendo quindi maggiore libertà di espressione, contaminata e non imprigionata in una errata idea di tradizione, può ridare vita al nostro corpo, stimolare l’espressività e migliorare la comunicazione tra le anime; le persone che vi si approcciano rimangono quasi sorprese nel sentire che il proprio corpo esiste e può danzare.

Cosa significa IENTO ?

IENTO è una parola inventata che assomiglia ad altre parole (vento, o jentu in salentino) e che ha un vago sapore dialettale, i dialetti hanno la grande capacità di spiegare con un unico termine svariate sensazioni, ma al contempo non volevamo un termine che identificasse troppo un unico luogo di appartenenza .  IENTO è una “presenza”, un elemento che interviene al colmo del disagio umano per “cambiare aria” , come si fa nella camera di un malato che ha passato la notte e finalmente è fuori pericolo verso la guarigione. Abbiamo voluto incarnarlo in una danzatrice che passando tra gli uomini e le loro follie come una folata, un refolo, un soffio o una tempesta,  cambia l’umore, spazza via le emozioni negative e fa ritrovare la relazione con se stessi e l’esigenza di una relazione “semplice” con gli altri. E di nuovo la danza popolare diventa un viatico per l’incontro e la condivisione.

-Che relazione c’è tra la danza e il popolare ?

La relazione tra” Danza”, espressione corporea,  e “Popolare”, espressione del luogo di appartenza del corpo,  è che entrambe parlano di noi, del luogo in cui è radicato il nostro essere,  della nostra esigenza di comunicare verità e la verità è nel corpo.

Dove nasce e dove va TerreInAzione ?

“Terre in Azione” nasce da un gruppo esiguo di persone che hanno sentito il bisogno di risvegliare le proprie radici affinché possano prolificare estendersi e intrecciarsi con quelle di popoli vicini e lontani. L’impellenza di far partire un’energia che come una forza centrifuga, come un benefico contagio, viaggi veloce e raggiunga prima i dintorni e poi terre lontane, per mescolare esperienza e arricchire la cultura di ciascuno. Dove vuole arrivare?  Potremmo dire che il punto di partenza e la meta sono la stessa cosa