Intervista ad Andrea Di Palma (MadeInTerraneo): Mediterraneo mare libero per l’incontro di culture

Non solo musica e danza, ma anche teatro a TerreInAzione: una chiacchierata con Andrea Di Palma, che presenta il suo MadeInTerraneo. Un racconto che parla del Mare Nostro e dei viaggi che lo hanno sempre caratterizzato come luogo d’incontro di culture e diversità

 

1)      MadeInTerraneo, un gioco di parole che vuole da una parte porre l’accento su una peculiarità geografica e allo stesso segnare il confine di un’appartenenza. Da cosa nasce questo progetto?

MadeInTerraneo nasce da una mia volontà personale di fare uno spettacolo sulle migrazioni moderne nel Mediterraneo. Solo che per tanto tempo non ho trovato la forma adatta. Lo scorso anno, nell’estate 2015, mi fu proposto di collaborare al festival World In Town con uno spettacolo che parlasse di integrazione. Ho preso la palla al balzo e la formula della narrazione mi è sembrata la forma più adatta: non parlare in modo scientifico e analitico di quello che accade oggi nelle nostre acque, di questi fatti tremendi e tristi, ma farlo costruendo un ponte tra passato e presente, cercando punti di contatto tra i viaggi di oggi e i viaggi che da sempre ci sono stati nel bacino del Nostro Mare. E nasce proprio da quello che mi chiedi: che senso ha definirsi “mediterranei” se guardiamo, oggi, con diffidenza a ciò che il Mediterraneo ci porta in dote?

 

 

2)      Contaminazioni musicali, mitologiche, storiche e geografiche: il Mediterraneo è più frontiera o delimitazione in questa nostra attualità?

Il Mediterraneo, il mare rimane l’unico luogo veramente libero oggi. Pericoloso, ma libero. Oggi è l’entroterra ad essersi bloccato, la terraferma è veramente “ferma”, respinge e non accoglie: pensiamo a quanti muri si sono innalzati negli ultimi mesi; con la chiusura della rotta balcanica, sono stati costruiti muri in Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Austria, come si è paventata l’ipotesi di un muro tra Italia e Austria. Muri fisici ma anche ideologici, a cui in un certo senso possiamo assimilare anche l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, sono limiti mentali, di concetto, che fanno passare l’idea che una striscia di terra appartenga a qualcuno piuttosto che ad altri. E ci si chiude, si chiude il transito, non passano le persone e con loro non passano le storie, le conoscenze, le opinioni e le tradizioni. Ecco perché il mare rimane la vera via libera per superare le barriere; solo idealmente e forse romanticamente però, perché oggi è pericoloso da attraversare, forse più che in passato, non tanto per le difficili condizioni metereologiche, quanto per le condizioni che i racket dei viaggi per mare impongono. Personalmente penso che si sia perso il potersi riconoscere “mediterranei”, riconoscere un sostrato comune che si è mescolato nei secoli e ha dato vita delle peculiarità uniche nella storia dell’Umanità. Il Mediterraneo è diventato un enorme “territorio di frontiera”.

 

3)      Essere “in mezzo alle terre” (tra ben 3 continenti) è una caratteristica piuttosto peculiare per il nostro mare, che evoca storie davvero senza tempo. Come si coniuga questo con l’attualità nello spettacolo “MadeInTerraneo”?

Lo spettacolo si apre con una citazione di Fernand Braudel che ribadisce proprio questo: il Mediterraneo è “mille cose insieme”. Insieme: l’unicità nella diversità! E questo è unico: in quale altra pare del mondo, un elemento geografico divide e accomuna in maniera così singolare un numero tanto grande di culture?  Mi vengono in mente, forse, il Mar Morto e la Foresta Amazzonica, però nel primo caso diviene luogo conteso e nel secondo luogo oscuro che accomuna ma non avvicina. Il Mediterraneo è stato nei secoli una via di sviluppo economico e culturale, si guardava al mare e cosa c’era al di là di esso. In questo cerco il punto di contatto con l’attualità nel mio spettacolo, ovvero in quel senso di istinto che ha portato le popolazioni a vedere cosa ci fosse al di là dell’orizzonte. “E’ necessario navigare, non vivere” scriveva Plutarco a proposito del Mediterraneo. Ho cercato di collegare con un fil rouge proprio le storie che hanno avuto alla base questa esigenza di navigare per vivere: i migranti di oggi, la traversata di Enea in cerca di una nuova casa (che in MadeInTerraneo diventa il nucleo da cui si dipanano le altre storie), ma anche i viaggi di amore come furono quelli Jaufre Rudel o i viaggi della natura, con la tarturaga caretta caretta che ogni anno percorre 3000km nelle acque del Mediterraneo solo per deporre le uova. Sono i viaggi che hanno formato la “cultura mediterranea”, che ha alla base la diffusione e la commistione di cultura greca, romana, fenicia, araba, africana, balcanica, e che oggi invece, non capisco il perché, ci stupiscono e ci irritano.

 

 

 

4)      Qual è l’importanza di uno spettacolo di tale respiro in un Festival che ha la sua ragione con la denominazione Terre In Azione?

 

Oddio, importanza è una parola grossa! Diciamo che il mio è un piccolo contributo ad un Festival che è nato con grande passione e con la voglia di avvicinare realtà diverse sotto l’idea espressa dal nome del Festival, TerreInAzione: le tradizioni, di qualsiasi tipo, nascono dall’incontro di terre diverse che si muovono, dal cammino dei popoli ed è proprio di questo che parla MadeInTerraneo. “Popolare” è collegare l’individuo all’universale e le “tradizioni mediterranee” hanno questa caratteristica di popolare, di un qualcosa che ha la peculiarità territoriale ma è ritrovabile in un territorio e in una consapevolezza più estese. Tutto ciò che si riconosce come mediterraneo nasce dall’incontro dei popoli; ho già parlato della cultura, ma pensiamo anche semplicemente alla cucina: la cucina è sempre il risultato più chiaro e lampante delle contaminazioni; la dieta mediterranea è la fotografia della commistione scaturita dal Mediterraneo, prodotti che viaggiano e vengono reinventati in diverse zone del nostro bacino, lo zafferano, la cipolla, i cereali in tutte le sue forme, dal cous cous al pane, l’ulivo…; ricette e sapori che si mischiano perché i prodotti viaggiano. O pensiamo anche agli insediamenti linguistici nati dalle terre in azione, che poi si riflettono nella musica: la Grecìa salentina, gli Arbëreshë, il castigliano in Sardegna… Da cosa pensiamo che provengano, dallo star seduti a commentare dietro una tastiera o dai viaggi visti per documentario?

 

 

5) Formula un invito affinché le persone vengano a vedere “MadeInTerraneo” venerdì sera a Piazza Innocenzo III…

 

MadeInTerraneo è per me più che uno spettacolo, è il mio modo di donarvi un pezzettino di me e della mia passione per quello che faccio. Insieme alle chitarre di Giacomo (nda Giacomo Gatto) e Francesco (nda Francesco Cellitti) ci siamo impegnati e abbiamo cercato di far sì che potessero arrivare al pubblico belle emozioni, insieme a momenti di riflessione e (perché no) piccole curiosità, momenti di cultura, di storia, di mitologia, il tutto in chiave narrativa. E cos’è uno spettacolo senza un pubblico che lo colga e lo faccia suo? Tutto per dirvi: venite a condividere tutto questocon noi. Vi aspettiamo venerdì sera e vi promettiamo di metterci davvero tutto l’impegno possibile, sperando di farvi scappare una risata o un piccolo momento di accorto silenzio e se succederà, bhe, noi sentiremo che tutto questo è valso veramente la pena.

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Intervista a Progetto Sanacore: tra “popolare” e “universale”

PROGETTO SANACORE

Ci siamo fatti una bella chiacchierata con Maria Piscopo, del Progetto Sanacore, primo gruppo a suonare al Festival TerreInAzione il prossimo venerdì, 5 Agosto, alle ore 22 in Piazza Innocenzo III (Anagni)

  • Maria, buon pomeriggio. Da dove nasce il Progetto SanaCore?

Il Progetto Sanacore nasce principalmente intorno all’amicizia che mi lega a Raffaella Rufo; noi due rappresentiamo il cuore del gruppo, abbiamo suonato insieme per molti anni nell’ “ ’A Paranza r’o Lione”; ad un certo punto della tua vita professionale di una persone, ti accorgi, però, che puoi prendere la tua strada, per noi Antonio Damiano dell’ A’Paranza è stato un grande maestro, ma abbiamo intrapreso il nostro cammino.

Il gruppo è formato da Raffaella, organettista che viene anche da anni di Conservatorio per flauto traverso e da me, Maria Piscopo, che sono un’insegnante di danze tradizionali; ho fatto dei lavori per la Cattedra di Storia delle tradizioni popolari de La Sapienza intorno allo studio delle tammuriate. Nascendo il Progetto Sanacore dall’amicizia, la stessa amicizia ci ha portate a includere in Progetto Sanacore anche Dario Mogavero, Eustachio Frongillo e Anna Pugliese, nostri amici da tanti anni. Tutti campani. La cosa bella è che collaboriamo con diversi musicisti in giro per l’Italia, lavoriamo parecchio anche al Nord: con noi hanno collaborato persone come Marco Massari dei Lucanìa, Vieri Bugli dei Baro Drom Orkestar, Francesco Salvatore …

In generale, il nostro repertorio comprende quello campano che si allarga però in un percorso attraverso tutto il Centro Sud Italia.

  • Da dove nasce la tua passione?

La mia passione viene da lontano, dato che i miei hanno anche loro un gruppo di musica popolare da ben 40 anni, nella quale sono cresciuta; abbiamo girato tanto tutto il Sud, siamo stati in tutti i contesti festivi e ancora oggi non ci sentiamo assolutamente arrivati, perché quando ti inoltri nel mondo della musica tradizionale devi sempre metterti in gioco, hai sempre molto da imparare e da conoscere. Io come insegnante di danza, ad esempio, sto lavorando sull’attivazione energetica che può dare la danza tradizionale, mentre per anni mi sono concentrata sul “genere”, sul lavoro su quello che è maschile o femminile, e sull’ermafroditismo.

Bisogna sempre trovare delle corrispondenze con altre culture, dietro all’esecuzione e dietro al popolare c’è qualcosa di multiforme, che è l’essere umano. C’è un discorso non territorialista ma universale: le radici, le tradizioni della mia terra possono essere un legame con altre culture, riscontrabili in altre culture; io ho trovato corrispondenza tra la mia cultura e quella di altre parti del mondo. La bellezza della musica tradizionale è proprio l’universalità.

La diatriba tra tradizionale e non-tradizionale è ancora molto accesa oggi; io penso che il termine “tradizione” abbia in sé il fatto di tradire ciò che viene prima per poi contestualizzarlo con quello che c’è oggi. La cosa più importante, che cerco sempre di passare durante i miei laboratori, è che la musica tradizionale, soprattutto quella del Sud, è ancora così seguita perché rappresenta la continua ricerca dell’uomo di connettersi con la propria interiorità, con il proprio Dio; la commercializzazione che avviene oggi di questo mondo è “munnizza”, è solo superficialità.

  • Perché Progetto Sanacore?

Sanacore è il nome che viene dato ad una ragazza in una strofa di una tammurriata:

“bella figliola come vi chiamati

bella figliola come vi chioamati

mi chiamo sanacore

mi chiamo sanacore che voliti

 

sanatemi sto core se potiti

sanatemi sto core se potiti

se non potiti vui

se non potiti vui mo sana nata”

progetto sanacore 3

Sanacore significa “sanare i cuori”: noi cerchiamo con la nostra musica di dare un po’ di serenità, di “sanare” tante difficoltà e ostacoli che incontriamo tutti nella vita e che solo attraverso la musica, in qualche modo, possono essere sanati. Io incontro tanta gente da tutto il mondo che ha ritrovato nel contesto della musica tradizionale, nella danza, nel suono una sorta di seconda vita, una sorta di terapia dai dolori della vita quotidiana. Perché qui non ci sono parametri fisici, parametri sociali, tutti sono accettati.

“Progetto” perché siamo in continuo studio ed evoluzione, da ogni punto di vista: sia musicale che antropologico e anche coreutico e performativo, perché la danza rimane una delle basi del progetto. Per questo oltre al concerto, offriamo anche sempre un’ora e mezza di laboratorio preliminare (ndr ad Anagni l’appuntamento col laboratorio è Venerdì 5 Agosto alle ore 18.00) perché crea la preparazione a quello che sarà il concerto, è importantissimo, è un modo di combattere la superficialità di oggi con la consapevolezza e la sincerità.

  • Il “popolare” sembra sempre più richiesto rispetto a prima. Perché?

È vero. In parte perché c’è più accessibilità rispetto ad altri contesti musicali e coreutici; non sempre è così, è chiaro, ma oggi il mondo della musica tradizionale è sempre più aperto. Fino a 10 anni fa, in Campania, nella mia terra, chi si fosse permesso di prendere un tamburo in mano in un cerchio senza saperlo suonare, sarebbe stato cacciato via. Il problema, che è una fortuna al tempo stesso, è che col tempo sono arrivate delle richieste di interesse culturale ed anche economiche, soprattutto dal Nord, che hanno fatto “viaggiare” queste tradizioni con concerti e laboratori. Personalmente ho scritto un articolo su questo argomento, dal titolo “Davanti e oltre il santuario”, in cui scrivevo come ad oggi in Campania i contesti più autentici non li ritrovi più nelle feste tradizionali, ma nelle occasioni private: compleanni, matrimoni, la cena a casa di amici, dove trovi più autenticità rispetto alla festa tradizionale, dove c’è un magma di gente che arriva da tutto il mondo e sono evitate dai cantatori tradizionali.

Le danze tradizionali, poi, se fatte con consapevolezza, come già detto ti connettono con la parte più profonda di te stesso. Ed in un momento del genere questo è molto richiesto. Pensa alla tammurriata, come suono è un vero e proprio mantra, non ti porta in estasi ma ti conduce in un ritmo biologico, con il suo ritmo binario, che ti fa riscoprire una parte di te. Questo aspetto energicamente così forte fa sì che non si debba perdere questo bagaglio perché diventa un fattore di universalità.

  • E il futuro del Progetto Sanacore?

Al momento siamo in una fase di ricerca. E poi dato che siamo un po’ scaramantici, non lo diciamo per scaramanzia cosa abbiamo in mente per il futuro.

E certo, da buoni campani, insomma.

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